Sulla tratta degli schiavi dall’Africa

Nell’immagine si vede la NAVE NEGRIERA BROOKES (Liverpool 1786), in qualche modo SIMBOLO DELLA TRATTA DEGLI SCHIAV, con lo spazio sfruttato al massimo, nella considerazione dell’uomo trattato in qualità di merce. La lunghezza della nave era circa di 28/30 metri ed il carico di schiavi variava da 420 a 450 individui, variamente accatastati, in modo da occupare il minor spazio, sia sulla tolda che nella stiva (fonte Capurro).

Un fenomeno di portata estesa ed epocale fu costituito dalla TRATTA DEGLI SCHIAVI ad opera di NEGRIERI su imbarcazioni appunto dette NAVI NEGRIERE: LA FORZATA INTRODUZIONE IN MASSA DI ROBUSTE POPOLAZIONI AFRICANE data culturalmente dal XVI secolo cioè dall’epoca in cui si ebbe il bisogno di lavoratori efficienti nelle conquistate AMERICHE idonei a surrogare al meglio gli indigeni sfiancati da malattie sconosciute importate dagli europei e fisicamente poco idonei a sopportare i durissimi lavori nelle diverse piantagioni che i conquistatori del vecchio mondo andavano sempre più impiantando nel continente scoperto da Cristoforo Colombo.
In particolare a decorrere dal 1650, quando Olandesi, Inglesi e Francesi svilupparono immense piantagioni nelle Americhe, gli schiavi presero a diventare una sorta di merce preziosissima, anzi il primo prodotto d’ esportazione nel commercio della costa occidentale africana.
Le popolazioni precolombiane , come predetto, erano collassati demograficamente per la letalità di malattie importate contro cui non avevano elaborato anticorpi (il morbillo in particolare costituì una sorta di “peste” per gli amerindiani: prescindendo comunque da ciò gli indios erano considerati scarsamente adatti al pesante lavoro cui li obbligavano i conquistadores nelle miniere e nelle piantagioni di zucchero, di tabacco, di cotone e di altri prodotti da esportare nel Vecchio Mondo.
Oggettivamente neri d’Africa, invece, erano più robusti e resistenti alla fatica e, nel giudizio corrente fra i mercanti, garantivano mediamente dieci anni di fruttuoso lavoro.
Il prezzo di uno schiavo dipendeva dall’età, dalla taglia, dal sesso e dalla richiesta.
A fine del ‘700 secolo, un uomo giovane poteva esser acquistato per 26 sterline sulla costa occidentale e rivenduto per 40 in America.
Sull’onda di questo indegno mercato umano si costruirono spaventose fortune in Europa e interi popoli vennero trapiantati nel Nuovo continente sì da incidere profondamente sul suo tessuto demografico: gli schiavi africani sbarcati oltreoceano tra il 1501 e il 1888 raggiunsero, sulla base di calcoli abbastanza corretti, la cifra impressionante di 9.475.000 individui.
In Africa diverse nazioni mercantili europee strutturarono ben munite piazzefortidi cui fruire sia come residenza per i funzionari addetti al commercio sia quali depositi ove custodire gli indigeni africani catturati con ogni possibile espediente.
Quattro comunque erano i metodi principali per procurarsi schiavi sulla costa occidentale: scorrerie, rapimenti, oppure ricorrere al commercio di criminali già condannati o di prigionieri di guerra.
Furono originariamente i portoghesi nel secolo XV ad inaugurare la TRATTA DEGLI SCHIAVI, come usava cioè definirsi la deportazione di centinaia di migliaia di neri verso l’America: già non molti anni dopo la scoperta colombiana del Nuovo Mondo (12 ottobre 1492), Lisbona aveva assunto i connotati di un monumentale mercato di schiavi.
La allora potentissima Spagna non tardò a seguire un simile esempio con la conseguenza di enormi introiti. furono i portoghesi nel secolo XV Presto il Golfo di Guinea fu ribattezzato “Golfo degli Schiavi” visto che dalle sue pur precarie stazioni marittime partivano le NAVI NEGRIERE in cui gli indigeni d’Africa fatti prigionieri venivano accatastati in maniera pressoché soffocante, secondo una rudimentale legge di mercato che portava alla morte i meno robusti nel sostenere le fatiche della lunghissima traversata dell’Oceano.
In effetti, per una sorta di ereticale sinergia commerciale tra Occidente cristiano ed Islam consumata sull’altare del “dio guadagno”, furono quasi sempre mercanti arabi coloro che rapirono attraverso vari secoli i neri d’Africa dai loro villaggi, dalle loro case, dalle loro famiglie.
Dopo che le loro incursioni, ben sostenute dalle armi da fuoco, avevano avuto successo i trafficanti musulmani incatenavano i neri fatti prigionieri in lunghissime file, onde renderne impossibile la fuga: come formiche questi sventurati erano quindi obbligati ad una lunga e terribile marcia verso la costa, in dettaglio ai porti di Elmina, di Quidah e di altre località costiere dell’Atlantico.
Qui gli schiavi superstiti venivano nutriti con decenza, curati, lasciati riposare, ripuliti e addirittura unti con olio di palma: ma non avveniva ciò per pietà umana, questo pare implicito, bensì all’uopo di far acquisire a quegli sventurati maggior valore innanzi agli occhi dei mercanti europei e non: i loro stessi denti venivano resi bianchi e lucenti con speciali radici medicamentose onde ottenere un effetto commercialmente vantaggioso.
A questo punto tale povera “merce umana” era esposta al MERCATO DEGLI SCHIAVI, dove i compratori delle varie compagnie commerciali europee si contendevano gli individui più prestanti secondo vere e proprie aste.
Così, onde poterli sempre riconoscere e rivendicarne la proprietà, gli acquirenti non lesinavano nel marchiare gli schiavi acquisiti sulla carne viva con ferri roventi.
A tutto ciò succedeva l’imbarco alla volta di Haiti, Cuba, Brasile, Santo Domingo: venivano stipati uno sull’altro, incatenati sui lunghi catenacci delle stive delle NAVI NEGRIERE, quasi sempre vecchie carrette fatiscenti che non mancavano di collassate dopo qualche chilometro di navigazione, determinando così un’altissima di decessi, stimata fra il 50 al 70 per cento.
Purtroppo anche molti dignitari neri africani, ben presto, scoprirono il valore di quel mercato e vi si impegnarono in aperta e feroce contesa con gli arabi, vendendo alle potenze europee i propri prigionieri di guerra in cambio di stoffe pregiate, seta, perle, pietre preziose, acquavite, cannoni, polvere da sparo e altre armi: non è affatto peregrina l’affermazione oggi corrente che parecchie guerre tribali fossero state dichiarate apposta e sulla base di semplici pretesti, tutte le volte che si “inaridivano” i “serbatoi” di carne umana e v’era esigenza di nuovi prigionieri da commerciare.
Con questo sistema, tra il XV e il XIX secolo, furono venduti e deportati 21 milioni di neri; di questi, 10 milioni morirono durante la traversata, a causa delle condizioni in cui venivano trasportati: erano gettati in mare quando si ammalavano, o allorché le provviste di cibo e di acqua cominciavano a scarseggiare.
Le attuali ricerche comprovano peraltro che le rotte più seguite dagli squali per le loro migrazioni corrispondono specularmente a quelle delle NAVI NEGRIERE dei secoli passati: senza calcolare che molti ancora erano gli che, una volta giunti a destinazione, morivano quasi subito di malattia.

La TRATTA non nasceva però da un basilare principio razzista, anche se tutta una speculazione filosofica mirava sostanzialmente a giustificare l’inferiorità dei non europei: essa, nell’età moderna, rispondeva principalmente ad esigenze che, per quanto disumane, erano soprattutto economiche.
L’apogeo del traffico atlantico si registrò nella seconda metà del Settecento, proprio mentre in Europa si diffondevano le teorie illuministe, libertatarie nei principi teoretici ma spesso non esenti da contraddizioni in nome della custodia di atavici privilegi mercantili: mediamente si prende tuttora ad il filosofo francese Voltaire che, per quanto eletto a simbolo del “Secolo dei Lumi”, investiva nella praticità degli affari quasi tutti i suoi cespiti nelle compagnie schiaviste non disdegnando affatto che una nave negriera portasse il suo nome.
Nella seconda metà del XVIII secolo, l’Europa, in aperta evoluzione dialettica e democratica, incominciò a rendersi conto della disumanità di questo traffico.
A promuovere la campagna per la sua abolizione furono inizialmente i quaccheri in Gran Bretagna e in America (per motivi religiosi: tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio), gli schiavi liberati -da padroni realmente illuminati dalla ragione- e che forniti di una moderna educazione occidentale ottennero di prendere dimora in Inghilterra e finalmente i rivoluzionari francesi del 1789, che predicavano la libertà, l’uguaglianza e la fraternità.

La Rivoluzione francese, in particolare, con la solenne Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, abolì formalmente la schiavitù, anche se il turpe commercio continuò indisturbato per decenni, con una sola differenza: che essendo vietato e clandestino, fece salire il prezzo della “merce”.

Gli schiavi, durante il trasporto, vennero anche chiusi in barili, in modo da poterli più comodamente far rotolare a mare in caso di abbordaggio di vascelli di paesi abolizionisti: si conservano ancora alcune rarissime ottocentesche IMMAGINI DELLA TRATTA ottenute dal vivo proprio nel cuore dei famigerati VASCELLI DELLA TRATTA CLANDESTINA.

Poi, contravvenendo alle postulazioni delle sue origini rivoluzionarie, Napoleone ripristinò lo schiavismo con un’apposita legge ottenendo però fiere ribellioni: alla fine coi postulati del Congresso di Vienna nel 1815 gli Stati europei s’impegnarono per l’abolizione di SCHIAVISMO e di TRATTA [Sulla dura lotta per l’abolizione della TRATTA, che sopravvisse a rivoluzioni ed a trasformazioni giurisdizionali, a titolo documentario si può ancora leggere per esempio nel Codice per la marina mercantile del Regno d’Italia del 1865 precisamente a decorrere da questi Capitoli].

Dovette comunque trascorrere ancora mezzo secolo prima che si riuscisse a stroncare il contrabbando (l’ultimo carico clandestino di prigionieri da Quidah per le Americhe data del 1869).
L’Inghilterra aveva pacificamente provveduto nel 1807 alla soppressione della turpe attività ma, l’altro grande paese anglosassone, gli Stati Uniti raggiunse il medesimo risultato solo nel 1863, dopo la guerra di secessione, che segnò la sconfitta degli Stati del Sud, dichiaratamente schiavisti, con i loro milioni di neri impiegati nelle grandi piantagioni di zucchero, cacao e caffè.

Tirando le somme di questa tragica vicenda si può affermare che tra il 1492 e il 1820, giunsero forzatamente nel Nuovo Mondo cinque neri africani per ogni bianco europeo: e per quanto possa sorprendere la triste palma di maggiore potenza schiavista rimase al Portogallo, con 30 mila traversate atlantiche in quattro secoli, seguito dall’Inghilterra, con 12 mila.
Gli ultimi paesi a spezzare le catene degli schiavi risultarono Brasile e Cuba, che si rifecero al nuovo diritto delle genti solo nel 1888.

da Cultura-Barocca

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