Sulla prima emigrazione italiana in Australia

La vera e propria EMIGRAZIONE ITALIANA verso l’Australia paese comincia nel 1870 (non partecipa quindi, se non per qualche caso limite, della FEBBRE DELL’ORO che data alla prima metà del XIX secolo), quando l’Italia viene colta da collasso socio-economico per le risultanze della rivoluzione industriale e l’assoluta non competitività del mondo agricolo.
In effetti una TESTIMONIANZA INTERESSANTISSIMA PER LA STORIA DELL’AUSTRALIA in quanto costituisce una delle PRIME DOCUMENTAZIONI DELL’ATTIVITA’ ITALIANA (ANNO 1856) NEL NUOVISSIMO CONTINENTE è rappresentato da una CORRISPONDENZA con cui Nino Bixio narra i tentativi commerciali (ma anche l’arrivo di manodopera italiana) in AUSTRALIA e specificatamente a MELBOURNE ad opera de “LA GENOVESE – SOCIETA’ PER L’EMIGRAZIONE IN AUSTRALIA” [nella corrispondenza si legge la “PRIMA DESCRIZIONE ITALIANA DI MELBOURNE“: ed un ulteriore interessante documento è costituito dalla BOLLA DI CARICO DEL VASCELLO “GOFFREDO MAMELI” ove si recuperano notizie sui PRODOTTI ITALIANI (E NON) CHE SI COMMERCIARONO A MELBOURNE].
I primi significativi veri flussi sono però da registrare a qualche anno dopo e furono costituiti da operai, pastori e pescatori, infatti, i sindacati australiani volevano solo braccianti, non persone specializzate: per braccianti si intendevano anche coloro che potessero cooperare nel campo agronomico, in quello dell’allevamento bovino ed ancora della pastorizia su larga scala.
Nel 1880 la nostra comunità comprendeva almeno 2000 persone, stanziate per la maggior parte nello Stato sud-orientale del Victoria.
Nel 1883, in un trattato firmato a Roma, le autorità australiane autorizzarono l’ingresso in Australia anche di immigrati qualificati, che avrebbero favorito lo sviluppo del paese e l’afflusso di capitali.
Il sentimento anti-italiano perdurò fin dopo la I guerra mondiale nel Queensland e nell’Australia occidentale.
Le restrizioni aumentarono nel 1901 con la costituzione della Federazione delle Colonie. Il Governo Federale decise di limitare l’immigrazione vietando l’accesso prima a persone di colore e in seguito, per conservare inalterato il carattere anglo-irlandese della Confederazione, anche agli immigrati dell’Europa del sud. Il divieto restò in vigore fin dopo la II Guerra Mondiale.
Negli anni ’50 e ’60 il problema della mafia produsse un’altra ondata anti-italiana.
Il censimento del 1881 registrava la presenza di 1.880 italiani, che risiedevano per lo più nello stato di Victoria. Il flusso degli arrivi aumentò ogni anno di circa 250 unità. Il censimento del 1901 ne contava 5.678. Agli inizi del ‘900 il flusso medio annuo raggiunse le 700 unità, ma la guerra lo arrestò. L’emigrazione italiana in Australia riprese dal 1922.
Gli italiani s’impiegarono nelle miniere, nella pesca, nelle fonderie, nella costruzione delle linee ferroviarie ed altri, in città, si adeguarono ad ogni tipo di lavoro, divennero sarti, albergatori, cuochi, falegnami, camerieri. Non mancarono gli agricoltori, che fondarono le comunità rurali di Mildura, Shepparton, Myrtleford, Ballarat, Wangaratta e Warribe nello stato di Victoria; Goulburn, Lightgow e Lismore nella Nuova Galles del Sud. Nel New South Walles, che fa capo alla cittadina di Griffith, si formò un’intera comunità di italiani, soprattutto veneti, che inizialmente lavorarono la terra, di cui poi divennero proprietari. La coltura della canna da zucchero nel Queensland è oggi attività quasi tutta italiana: i primi ad insediarvisi furono persone provenienti dal Monferrato, dalla Valtellina e dal Veneto. Agli inizi del Novecento inizia ad essere presente la stampa italiana con il periodico “Uniamoci” (che chiude però nel 1904), con “L’Italo-australiano” (che cessa nel 1909) ed “Oceania”, che viene diffuso fino agli inizi della prima guerra mondiale.
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