Sul fondatore dell’Accademia dei Pellegrini

Fonte: Wikipedia

Anton Francesco Doni (Firenze 1513 – Monselice [Padova] 1574), figlio del forbiciaio Bernardo di Antonio, intraprende assai giovane la carriera ecclesiastica, entrando nell’ordine dei Serviti con il nome di Valerio.
Nel 1534 è al seguito di Luigi Guicciardini e poi, abbandonato l’ordine, in giro per varie città dell’Italia settentrionale. Nel 1542 è a Piacenza, dove entra a far parte dell’Accademia Ortolana con il nome di Semenza, e conosce Lena Gabbia, da cui avrà successivamente due figli.
Si trasferisce nel 1544 a Venezia, dove conosce Pietro Aretino.

Torna ancora a Piacenza e si reca poi a Roma nel 1545; di lì a poco rientra anche a Firenze, dove diventa segretario dell’Accademia Fiorentina e apre una tipografia a cui lavorerà anche Lodovico Domenichi.
Avuti però dei contrasti con quest’ultimo, Doni lascia Firenze per Pesaro, Ferrara e Venezia, in cui può proseguire la sua attività di tipografo e editore, nonché di redattore editoriale (con Giolito e Marcolini). Partecipa alle riunioni dell’Accademia dei Pellegrini, di cui è fondatore, e intrattiene vivaci polemiche con intellettuali del tempo, tra cui Aretino.

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Tra le sue opere più importanti: i Marmi, i Mondi e la Libraria.

Trascorre gli ultimi anni della vita a Monselice, dove tra l’altro scrive la commedia Lo stufaiolo.

Pubblicata per la prima volta nel 1551 (poco prima della conclusione del Concilio di Trento), e in séguito piú volte fino al principio del XVII secolo, la Zucca, non è facilmente inquadrabile nel genere novellistico. Essa è comunque esemplare della produzione doniana; si avvale infatti dell’apporto di diversi “tipi” letterari: l’intreccio narrativo si svolge attraverso lettere, proverbi, facezie, motti arguti, invettive, florilegi, sogni e allegorie. L’aspetto piú originale dell’opera è però forse dato dal legame fra testo scritto e immagini (xilografie), che si riverberano reciprocamente arricchendo la narrazione di significati e inedite prospettive di lettura. Le sessantaquattro illustrazioni del volume giocano un ruolo fondamentale nella decifrazione dei piani semantici dell’opera. Ciò spiega la stretta collaborazione tra Doni e uno dei piú straordinari disegnatori del libro cinquecentesco, l’editore Francesco Marcolini.

da  Cultura-Barocca

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