Il rito copto

Icona etiopica, che mostra San Giorgio, la Crocifissione e la Vergine Maria
Fonte: Wikipedia

L’evangelizzazione provenuta da Siria prima e quindi Egitto indusse dapprima a tenere la celebrazione in lingua greca. Divenuta chiesa matrice, Alessandria l’attrasse con se nel monofisismo. Dopo lo scisma, l’Etiopia adottò il RITO copto. Tuttavia, per l’apporto dei monaci siri, il RITO non è esclusivamente copto. Non mancano elementi della chiesa di Gerusalemme – con cui il regno di Axum (secc. VII-XII) intensificò contatti ultrasecolari -, e persino tracce del RITO armeno.

Di questo RITO, in verità tuttora poco studiato, non si conoscono autori né fonti liturgiche. Sappiamo che furono accolti vari apocrifi come il Libro dei Giubilei, il Libro di Enoch, il Pastore di Erma e altri attribuiti a Esdra. Dall’epoca in cui si cominciò a tradurre la Bibbia (sec. IV) furono pure introdotte varie opere patristiche: furono utilizzati nella redazione dei testi liturgici omelie, la Regola di San Pacomio, passioni di martiri e vite di santi, opuscoli mariologici.

Nel periodo axumita la liturgia assume il ge’ez di origine sudarabica (gli etiopici sono semiti africanizzati) e si evolve con caratteristiche autonome. Anche di quest’epoca non ci sono rimaste testimonianze: i documenti liturgici antichi andarono distrutti durante il regno di Amda-Sion (morto nel 1344) o perduti durante l’invasione araba (sec. XVI).

Con l’affermazione della dinastia salomonide (1270) dall’arabo vengono tradotte alcune raccolte canoniche, liturgiche e agiografiche, nella redazione della chiesa egiziana: esse, rielaborate, penetrarono nel RITO o fornirono l’ispirazione a specifiche composizioni poetiche, liturgiche, dalle finalità didattico-edificanti e ascetico-devozionali.

L’organizzazione del RITO attuale risale al primo periodo della dinastia salomonide (secc. XIV-XVI), con l’introduzione di usi ispirati all’Antico Testamento, per influsso dell’antica e numerosa colonia ebraica falasha, e alla liturgia di Gerusalemme, per i contatti dei monaci pellegrini con le varie comunità residenti in Terrasanta. S’introduce la processione dell’ arca dell’alleanza al suono degli strumenti biblici (cembali, sistri, tamburi) accompagnati da danze antiche; si diffonde la circoncisione prima del battesimo; si festeggia il sabato; entrano nel calendario le feste dell’anno ebraico. L’architettura delle chiese a pianta centrale imita il tempio di Gerusalemme o il Santo Sepolcro. Oggi il popolo assiste alle celebrazioni attraverso alle grate della veranda esterna che circonda il santuario. La celebrazione dell’eucaristia – sempre concelebrata anche per il clero numerosissimo – è molto elaborata: preparazione delle offerte, enarxis (inizio), servizio della parola con litanie e incensazioni, Trisagio, quattro letture (il RITO del Vangelo e solenne e complesso), litanie, un simbolo prolisso. L’anafora è preceduta da un RITO introduttivo che nel corso dei secoli ha accolto elementi svariati; la liturgia eucaristica ha a disposizione una ventina di anafore di derivazione siriaca (un caso singolare e rappresentato da due rivolte alla Madonna). Il Padre Nostro viene recitato quale forma di ringraziamento dopo la comunione. Per i sacramenti e i sacramentali esistono vari rituali. Il calendario segue la normativa cronologica di quello copto-giuliano, arretrato quindi di 7-8 anni rispetto a quello riformato e gregoriano. I diciannove tempi liturgici, di disuguale durata, divisi tra il ciclo mobile della Pasqua e quello fisso, hanno dei nomi poetici, come discesa, avvento della luce, nuvola, rugiada, occhio di tutto, aurora. Vanno ricordati i lunghi e rigorosi digiuni che ricoprono quasi la meta dell’anno. Alle festività del Signore fanno seguito trentadue feste mariane (divise in cinque categorie: vita di Maria, titoli, apparizioni e miracoli, santuari e chiese a lei dedicati) e quelle dei santi, in vicinanza di personaggi e di testi con il Vecchio Testamento (come i Nove Santi e i Giustt3. L’ufficiatura, sviluppata soprattutto nei monasteri, si serve di antifonari (contenenti la salmodia, i testi biblici e i canti per le varie feste), il libro per l’ufficio comune, il catalogo dei santi, anche di libri paraliturgici per devozioni speciali. Per opera dei religiosi delle missioni durante l’Ottocento venne imposto anche il romano, fatto che tuttavia nella contemporaneità determina problemi ecumenici.

Pur nella necessità di essere riformato e aggiornato alla situazione odierna (solo da poco si contano tentativi di traduzione in amarico e in tigrino) il RITO etiopico appare simbolo del modo in cui un RITO orientale, innestato in ambiente africano, possa adattarsi alle caratteristiche della cultura locale e assumere spiccati caratteri di originalità e popolarità. Vesti e oggetti liturgici, elementi folcloristici e usi locali, ma ancor più l’inculturazione nel genio etnico hanno fatto in modo che elementi derivanti da regioni ben distinte dell’Oriente potessero essere assimilati e ritradotti con afflato poetico.

L’iconografia, che mostra una derivazione egiziana, si esprime in figure dai colori vivaci, tozze e dai grandi occhi, che contrastano col tipo somatico longilineo, in una espressione di arte popolare ingenua, spontanea e ricca d’immaginazione.

da Cultura-Barocca

Precedente Garibaldi dal 1848 al 1859 Successivo La prima edizione degli Statuti Criminali di Genova del 1556

Lascia un commento