Le immagini sacre tra Riforma e Controriforma

Nella sessione XXV del Concilio di Trento  viene ribadito il concetto della venerazione delle sacre immagini precisando che non si tratta di idolatria scrivendosi Inoltre le immagini di Cristo, della Vergine madre di Dio e degli altri santi devono essere tenute e conservate nelle chiese; ad esse si deve attribuire il dovuto onore e la venerazione: non certo perché si crede che vi sia in esse una qualche divinità o virtù, per cui debbano essere venerate; o perché si debba chiedere ad esse qualche cosa, o riporre fiducia nelle immagini, come un tempo facevano i pagani, che riponevano la loro speranza negli idoli (407), ma perché l’onore loro attribuito si riferisce ai prototipi, che esse rappresentano. Attraverso le immagini, dunque, che noi baciamo e dinanzi alle quali ci scopriamo e ci prostriamo, noi adoriamo Cristo e veneriamo i santi, di cui esse mostrano la somiglianza. Cosa già sancita dai decreti dei concili – specie da quelli del secondo concilio di Nicea – contro gli avversari delle sacre immagini (408) (vedi G.ALBERIGO Decisioni dei Concili Ecumenici, Torino, 1978, pag. 713). Aggiungendosi poi (pag. 714) = Se poi, contro queste sante e salutari pratiche, fossero invalsi degli abusi, il santo sinodo desidera ardentemente che essi siano senz’altro tolti di mezzo. Pertanto non sia esposta nessuna immagine che esprima false dottrine e sia per i semplici occasione di pericolosi errori = tutto ciò rientra nella storia stessa della Chiesa Romana (argomento che viene trattato in questo luogo a fine da pag. 237 pur in un testo discusso come il Syntagma…. del Porter (Portero): qui digitalizzato integralmente che affrontò anche il problema sulla Iconomachia d’epoca bizantina non certo estraneo al “Molano” come si legge nei capitoli integrativi alla sua opera partendo da una documentatissima Prefazione sul legittimo uso delle Immagini Sacre per poi dissertare con altrettanta minuzia dell’Inizio nell’Oriente bizantino della Monomachia avverso le Sacre Immagini e quindi disquisire del trionfo della Chiesa Romana e la reintroduzione del culto delle Sante Immagini nell’Oriente soggetto a Bisanzio continuando poi le riflessioni sullo zelo della Chiesa Cattolica in questo campo e sulle postazioni ereticali di chi vada, ai suoi tempi, sostenere il contrario.
Nel contesto del terrore della Chiesa di Roma con la Riforma Protestante con la possibilità del ripetersi di una vera e propria calamità della Chiesa Cattolica cioè l’Iconoclastia anticamente esplosa nel contesto dell’Impero Bizantino e di cui qui si parla riprendendo per serietà ma anche per sintesi quanto scritto dall’Enciclopedia on line Treccani: “Iconoclastia. La dottrina e l’azione di coloro che nell’Impero bizantino, nel sec. 8° e 9°, avversarono il culto religioso e l’uso delle immagini sacre. La lotta contro le immagini cominciò con le disposizioni prese nel 726 dall’imperatore Leone III Isaurico, mosso sia da considerazioni di ordine pratico immediato (togliere un argomento all’incalzante propaganda musulmana che accusava di idolatria i cristiani) sia dalla preoccupazione della crescente influenza sulle masse popolari dei monasteri e dei monaci, presso i quali si trovavano immagini particolarmente e fanaticamente venerate. Alle disposizioni aderirono alcuni vescovi, mentre il patriarca di Costantinopoli, s. Germano, resistette e fu perciò rimosso (729). Stessa sorte toccò ai patriarchi di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. I papi Gregorio II e Gregorio III protestarono, e quest’ultimo fece dichiarare la legittimità del culto delle immagini nel sinodo romano del 731. In risposta, Leone III confiscò le rendite della Chiesa romana nei territori bizantini dell’Italia e ne sottopose le diocesi al patriarcato di Costantinopoli. Costantino V Copronimo, successore di Leone III, fu dapprima più prudente, ma, rafforzatosi sul trono, anch’egli fece proclamare il divieto delle immagini da un concilio ecumenico nel 754 (tenutosi nel palazzo imperiale di Hieria, nella periferia asiatica di Costantinopoli). Ma il popolo e i monaci non si sottomisero, nonostante le misure violente dell’imperatore (distruzione delle immagini e delle reliquie e imposizione di rinunciare a esse, con giuramento, 764). Mitigò alquanto la persecuzione Leone IV; successivamente l’imperatrice Irene, madre e reggente del giovane Costantino VI (780-798), si rivolse al papa Adriano I (785) chiedendo la convocazione di un concilio che a Nicea (787) definì la dottrina ortodossa riguardo le immagini. Tuttavia l’i. non terminò: Leone V l’Armeno, nell’813, riprese a perseguitare il culto delle immagini; e queste rimasero proibite sotto gli imperatori Michele II e Teofilo; solo con l’imperatrice Teodora, deposto il patriarca iconoclasta Giovanni I, si ristabilì l’ortodossia (843) e si cominciò a celebrare, nella Chiesa bizantina, la ‘festa dell’ortodossia”
Per quanto concerne la Riforma protestante è da dire che Martin Lutero non abolì mai formalmente la venerazione delle immagini. Lutero riteneva che era impossibile per gli esseri umani evitare d’immaginare nella propria mente l’aspetto fisico di Gesù, perciò non vedeva nessuna differenza tra i pensieri e le opere d’arte a soggetto religioso. L’unica cosa a cui si opponeva era la sostituzione delle immagini con Dio, cioè l’adorazione vera e propria degli oggetti, che è assolutamente vietata nelle chiese luterane. Attualmente i luterani hanno ripreso in buona considerazione il ruolo di Maria in quanto madre di Gesù, sebbene non la venerino e non la ritengano partecipe dell’opera salvifica di Dio, dal momento che Maria è solo un essere umano. I luterani non adorano santi o immagini riguardanti i soggetti religiosi, nonostante il fatto che nel calendario luterano vengano ricordati come “santi” i nazareni del Nuovo Testamento, i padri della Chiesa con i martiri e le personalità più importanti della Riforma protestante storica, e nelle loro chiese possono esserci varie decorazioni, pitture, statue o croci.
Completamente diversa l’opinione di Calvino, Zwingli e Andrea Carlostadio: essi vedevano nelle statue e nelle immagini religiose, soprattutto quelle riguardanti Gesù e i santi, una fonte demoniaca di superstizione che la Chiesa cattolica incoraggiava e strumentalizzava al fine di ottenere denaro e sottomissione da parte dei fedeli, soprattutto quelli più suscettibili e ignoranti. Le critiche dei tre riformatori portarono i cristiani riformati di allora ad una vera e propria ondata distruttrice delle immagini religiose all’interno di molte chiese dell’Europa occidentale; ad essere distrutti non furono solo i dipinti e le statue ma anche le reliquie e le pale degli altari. Le prime distruzioni iconoclaste, conosciute come beeldenstorm, comparvero in terre germanofone, cominciando da Zurigo (1523), Copenaghen (1530), Ginevra (1535), e Augusta (1537). La Francia non ne fu risparmiata ma le distruzioni rimasero casi isolati nella seconda metà del XVI secolo. La grande crisi iconoclasta francese ebbe luogo durante le prime guerre di religione nel 1562. Nelle città conquistate dai riformati gli edifici religiosi furono sistematicamente saccheggiati. La violenza fu tale che intere chiese andarono perdute. Monumenti prestigiosi come la Basilica di San Martino a Tours o la Cattedrale della Santa Croce di Orléans furono seriamente danneggiate e distrutte. L’Abbazia di Jumièges, la Cattedrale di San Pietro di Angoulême, la Basilica di Santa Maddalena a Vézelay furono saccheggiate. Nel 1566 furono le Fiandre ed i Paesi Bassi in generale a subire una grave crisi iconoclasta. Il movimento d’ispirazione popolare ebbe inizio a Steenvoorde e di lì si espanse, divenendo quella che fu chiamata rivolta degli accattoni (revolte des gueux).

da Cultura-Barocca

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