L’artista Enrico Fumi nel ricordo di Antonio Aniante

Antonio Aniante (1900-1983) nelle Memorie di Francia cap. XVII, emblematicamente intitolato “Fumi”, scrive sconsolato al riguardo del pittore di Genova ENRICO FUMI:
Il mio più triste ricordo di critico d’arte e d’amico dei pittori ha un nome che quasi tutti i miei lettori italiani ignorano: Enrico Fumi.
Chi è Enrico Fumi?
E’ un giovane pittore genovese, emigrato a Nizza poco più che venticinquenne, morto nella miseria e di cancro, in un bianco letto dello sconfinato ospedale Pasteur.
Era figlio unico di un modesto operaio dell’Ansaldo; aveva trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza nella città vecchia e sul porto.
Come e dove aveva imparato a dipingere? Ma presto lasciò la tavolozza e pennelli per andare militare in guerra. Fu spedito al fronte libico. Durante una disastrosa ritirata, sfinito dalla dissenteria, si era buttato febbricitante sulla sabbia, deciso a lasciarsi morire.
Era nel coma quando una pattuglia inglese lo scoprì e lo portò via. Per sua fortuna, l’ufficiale addetto al rastrellamento dei dispersi e dei prigionieri dipingeva pure lui. Vinto e vincitore si legarono d’amicizia; guarito, l’italiano, impartiva lezioni di pittura all’inglese. Poi l’ufficiale ritornò al fronte: e Fumi rimase a dipingere sotto una tenda; finché le ostilità cessarono e venne rimpatriato.
Senza passaporto, con pochi spiccioli, dai bassifondi di Genova arrivò a Nizza; salì fin su una piccola città del retroterra montagnoso; lacero, scalzo, affamato; qui fu arrestato per vagabondaggio. Per sua fortuna il commissario di polizia era un poeta dal cuore generoso: invece di metterlo in prigione, o di espellerlo, lo vestì, lo rifocillò, gli offrì una branda nella sua soffitta; non solo, ma gli comprò tavolozza, pennelli, colori, tele e cavalletto.
Di là, Enrico Fumi saltò a piè pari in un vero e proprio “atelier”, nella villa di un ricco straniero.
– Comincia – gli propose il Creso – con l’eseguire il ritratto di mia moglie.
Era una opulenta e seducente creatura, la moglie, che da modello si trasformò presto in musa ispiratrice del pittore.
_ ma come mai questo ritratto esige interminabili ritocchi? Perché mai richiede non giorni, non settimane ma mesi di lavoro? – Intrigato, il marito vuole andare al fondo della misteriosa perdita di tempo: nascostosi e mimetizzatosi, scopre la giovane consorte allacciata al focoso italiano.
Meno male che era la piena estate: protetto dalla canicola, Fumi a torso nudo, in calzoncini da pugile e sandali di corda, se la diede a gambe, raggiungendo, in un baleno, Nizza, confondendosi alla folla della baja degli Angioli.
Dal centro della città corse alla spiaggia, affollata di bagnanti: qui conobbe due graziose, gentili sorelle, genovesi come lui, che se lo portarono a casa, lo sfamarono, gli trovarono un granaio per dipingere e dormire.
Ebbe inizio per Fumi un periodo di fecondo lavoro e di successo: le sue nature morte, i suoi nudi, i suoi ritratti, pur ricordando la Scuola di Parigi, era dotati d’un’anima ardente, che era la sua, soltanto la sua, inconfondibile.

Un dipinto di Enrico Fumi
Fonte: www.drouot.com

Non esito a collocare Fumi tra i pittori di genio, la cui precocità di fuoco destò la mia meraviglia.
Ben presto le ragazze “derniere vague” non lo lasciarono più in pace, il giorno e la notte. A queste belle modelle regalava le tele, appena ultimate; per cui, sia che la crisi della pittura imperversava, sia che dava le sue opere per poco o nulla, Fumi restava povero in canna, sempre in cerca di un prestito, digiunava, indebitandosi, sciupando in vino, liquori e sigarette, quei franchi che riusciva a racimolare. Purtroppo aveva preso a bere smoderatamente.
– Hai il destino del genio: morirai a trentare anni – gli aveva predetto una veggente quando il pittore era ancora in piena salute e nulla lasciava intravedere la sua imminente fine.
– Perciò ho fretta di vivere e di creare – egli ripeteva, stordendosi, logorandosi, consumandosi in egual misura tanto nel piacere che nella fatica.
Non tardò un insidioso, crudele, incurabile male a rivelarsi e ad avere il sopravvento sulla sua fibra già minata: fu il cancro, che lo afferrò alla gola e non lo abbandonò che stecchito cadavere nello spazio di un anno.

Enrico Fumi, Madonna
Fonte: auction.catawiki.com

Ignoravo le sue condizioni di salute, allorché una mattina, vennero a cercarmi nel mio ufficio al Consolato generale d’Italia in Nizza, alcune avvenenti signore: mi comunicavano, in lacrime, il verdetto che aveva formulato uno specialista per malattie interne.
– E’ perduto! – esclamavano, piangendo e sospirando. Ne parlai al Console Generale Pio Lo Savio, che non esitò a spedire il pittore dal professor Dogliotti a Torino.
Operato alla gola, Fumi senza più voce, ritornò fra di noi guarito; riprese la sua vita di sempre. Per quanto tempo? Per alcuni mesi soltanto; e fu la ricaduta.
Insieme con qualche amico organizzai unha sua mostra nella galleria d’arte nizzarda dell’italiano Montauti, in “rue de France”. Il collega Mario Brun la patrocinò vivamente sulle colonne del grande quotidiano di informazioni “Nice matin”.
All’annuncio che gli preparavamo un omaggio, come una consacrazione del suo talento, Fumi si sentì preso dall’estasi, da un insolito, intraprendente vigore: elettrizzato, galvanizzato, risuscitato a nuova vita, si levò dalla branda e si diede a dipingere tele su tele, una più bella, più luminosa dell’altra. Avanzava a forza di droghe, alcol, eccitanti.
Impazzava il carnevale sotto la sua finestra, e i colori più sgargianti della popolare festa si riflettevano nei suoi dipinti: erano madonne-clowns, con in grembo bimbi-clowns, intriganti personaggi da fiera e da circo, bellissime giovinette dalle lunghe chiome, un po’ sfingi, un po’ amazzoni, che il carnevale gli suggeriva; ed anche lui, anche il suo viso, che era stato di cherubino, s’era fatto carnevalesco, mostruoso, irriconoscibile, gonfio, deformato fino all’inverosimile, violaceo, pavonazzo, dal collo smisuratamente ingrossato, cosparso di cicatrici tumefatte: un mascherone pauroso l’avreste detto.
In tal guisa si presentò al “vernissage”; a stento riuscimmo a trattenere la nostra dolorosa sorpresa. Era stato un bel ragazzo, ed ora si era ridotto una pietosa e ripugnate caricatura di se stesso. Ciononostante, le fanciulle, accorse a dozzine nella galleria, come tante ninfe lo circondavano fino a soffocarlo. Gli amici se lo portarono via dall’affollatissima sala, sottraendolo ad un inevitabile malessere, che stava per coglierlo; lo rimisero a letto; dal letto l’infermo passò all’ospedale Pasteur.
Ridottosi pelle e ossa, soltanto il suo faccione rimasto enorme, alcune settimane più tardi Fumi spirava, morfinizzato.
I mercanti, nel cortile, attendevano la sua morte, d’ora in ora, nell’intento d’acquistare, a vil prezzo, le sue tele, dal padre, che per venire a stare con il figlio pittore nella soffitta del centro di Nizza aveva abbandonato l’Ansaldo.
Ma il padre di Fumi non vendette e non venderà nemmeno un disegno che porta la firma di suo figlio: vivrà d’elemosine, ma vuol chiudere la sua vita fra i ricordi del figlio, infatti, come se Enrico fosse partito, dicendogli:
– Aspettami, ritornerò.
E lo aspetta; e il figlio ritornerà, senza più acun fardello di martoriate spoglie, in una aureola di postuma gloria.”

da Cultura-Barocca

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