La malinconia dei Preromantici

Jean Auguste Dominique Ingres, Il sogno di Ossian, 1813
Fonte: Wikipedia

La matrice per i I TEMI CUPI E MALINCONICI CARATTERIZZATI DA UNA SCONFORTATA VALUTAZIONE DELLA CONDIZIONE UMANA è probabilmente da ascrivere a tempi pregressi, addirittura al deluso e cupo secondo Seicento, ma è verso la meta’ del XVIII secolo che si affermano nella letteratura di tutta l’Europa queste considerazioni pessimistiche che comportano contestualmente i segni di rifiuto della serena quanto scettica ragione illuminista = perché se da un lato la fiducia nell’onniscienza delle facoltà’ razionali generava ottimismo all’ottimismo via via succedeva lo scetticismo in quanto le conclusioni razionali finivano per eludere aspetti dell’animo umano che una crescente sensibilità, sublimata dall’energia del sentimento, da tempo sentiva come irrinunciabili.

La sensibilità per la morte, il suicidio, il dolore universale, la transitorietà delle cose umane costituiva altresì sintomo d’una sostanziale insoddisfazione per una società contraddittoria e deludente e per una casta di pensiero che non considerava l’interiorità e l’aspetto spirituale della vita umana (ed in questo occorre dire come sorprendentemente – per quanto innescata da una motivazione teologica antilluministica e soprattutto antimaterialista).

Quest’aura di insoddisfazione si tramutava nella malinconia, nella riflessione, nella nostalgia, nel sogno, nel vagheggiamento dell’amore; talvolta anche nella ribellione, nello slancio passionale, nell’individualismo esasperato: ed al centro di tutto questo, vi erano un sentimento doloroso della natura e dell’uomo e un desiderio di genuinità Nel Preromanticismo inglese questi temi furono sviluppati dai cosiddetti poeti “elegiaci”, per la loro sensibilita’ e propensione alla meditazione, e dalla “poesia cimiteriale”, che trovo’ i suoi massimi esponenti in Edward Young (1683-1765), con Il lamento, ovvero pensieri notturni sulla vita, la morte e l’immortalità (1742-1745), Robert Blair (1699-1746), con La tomba (1743), e Thomas Gray (1716-1771), con l’Elegia scritta in un cimitero di campagna (1751).

Questo tipo di poesia era appunto caratterizzato da riflessioni sulla caducità della vita e sul destino dell’uomo, da paesaggi lugubri e desolati, da una particolare attenzione al tetro e alla solitudine della tomba, e nasceva da quell’interesse verso le rovine, la pace notturna e le atmosfere sepolcrali in cui si orientava la malinconia dei poeti cimiteriali.
Tali motivi, che gia’ si erano affacciati nella letteratura inglese con Thomas Parnell (1679-1812) e la sua Composizione notturna sulla morte (1712), oscillante tra l’abbandono elegiaco le annotazioni macabre, non mancarono di ispirare alcuni poeti italiani tra cui Aurelio Bertola (1753-1798), autore delle Notti clementine (1775), scritte per la morte di papa Clemente XIV, Ippolito Pindemonte (1753-1828), che aveva avviato la composizione di un poemetto sui Cimiteri, e Ugo Foscolo, nei suoi Sepolcri.

La malinconia dei Preromantici si tradusse anche in un gusto per il primitivo e per il “barbaro”, come esigenza di recuperare una letteratura originaria e autentica, in opposizione al tradizionale culto della classicità in Italia per esempio estenuatosi nel contesto culturale dell’Arcadia.
Nuove fonti di ispirazione divennero quindi i canti e le leggende dei popoli nordici e germanici ma anche le fiabe e la poesia popolare, frutto di una fantasia schietta e di forti sentimenti.

L’emblema di questa nuova sensibilita’ fu la pubblicazione, ad opera dello scrittore scozzese James Macpherson (1736-1796), di un ciclo di antiche poesie epiche attribuite ad un leggendario bardo di nome Ossian, vissuto nel III secolo dopo Cristo. La poesia ossianica fece la sua comparsa nel 1760, con il volume Fragments of Ancient Poetry, tradotto in Italia da Melchiorre Cesarotti (1730-1808) nel 1763 con il titolo di Canti di Ossian.
Macpherson aveva tradotto queste antiche poesie scozzesi e irlandesi, tramandate in manoscritti risalenti all’XII secolo, dandone libere versioni e inserendovi passi di sua invenzione, tanto da suscitare violente controversie sulla loro autenticità: ma il successo che ebbero in un’ Europa assetata di novità culturali fu enorme sì da indurre lo scrittore a pubblicare altre opere negli anni successivi, raccolte poi nel 1765 in due volumi sotto il titolo di The Works of Ossian [“Le Opere di Ossian”].

Il pubblico restò entusiasmato dalle atmosfere malinconiche, fantastiche ed epiche al contempo di questa nuova poesia, col suo carico di forti emozioni ed episodi drammatici; i Canti diedero inizio ad una vera moda, quella della poesia popolare, che favorì in tutta Europa la pubblicazione di importanti raccolte di testi folcloristici di tradizione orale.

Ossian era considerato “l’Omero del Nord”, per la sua maestosa e primitiva poesia epica, e per la rievocazione di un suggestivo passato barbarico. Per queste ragioni i Canti di Ossian piacquero tanto alla generazione romantica, ed erano destinati ad avere un notevole influsso su gran parte della letteratura ottocentesca. In effetti parecchi dei motivi tipici della poesia ossianica erano già presenti nella poesia cimiteriale, come le interrogazioni patetiche sul destino rivolte alla natura, i trasalimenti della memoria, i compianti per la morte e l’infelicità della vita, le tombe spoglie e illacrimate; ma oltre a questi comparve con energia la predilezione per i paesaggi notturni, selvaggi, tempestosi.

Nell’evolversi e trasmutare di questa tradizione letteraria in piena epoca romantica il tema del cimiteriale si confuse spesso con il recupero del tema dell’esotico anche nel senso estremo dell’esoterismo, coinvolgendo streghe, spettri e vampiri ed aprendo contestualmente le porte, mutati i tempi, ad una nuova proposizione letteraria di fantasia sì, ma attraverso le rivisitazioni in chiave orrorifica di molteplici aspetti del folklore e della storia.

da  Cultura-Barocca

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