La conquista romana dell’attuale Liguria

Resti di Castellaro Ligure sul Monte Faudo (IM)
Fonte: Comune di Dolcedo (IM)

La conquista romana dell’attuale Liguria non fu semplice.
Benché Annibale durante la II guerra punica fosse entrato in Italia per altri valichi, ai Romani non sfuggì l’importanza della via costiera della Liguria.
I Romani dovevano infatti tener conto di vari fattori. In primo luogo del fatto che gli Ingauni costituivano un ostacolo non trascurabile, con un territorio molto vasto che raggiungeva le valli della Bormida e del Tanaro entrando in area pedemontana. In seconda istanza il territorio intemelio costituiva ancora un ostacolo da non sottovalutare, anche perché rappresentava un passaggio obbligato per qualsiasi esercito che dovesse penetrare nella Gallia Narbonese senza valicare le Alpi.

Oltre a tutto ciò i Liguri, con la loro abitudine alla pirateria, potevano sempre disturbare il traffico, militare e mercantile, dei popoli in espansione verso le loro contrade: per questo Roma affidò a due duumviri navales il compito non semplice di domare queste scorrerie piratesche.

Scontri militari dei Romani coi popoli liguri si ebbero anche prima del conflitto annibalico, ma è in siffatta circostanza che contro la grande potenza italica, per un’antica alleanza coi Cartaginesi, scesero in campo molte genti costiere del territorio compreso tra Vada Sabatia [Vado Ligure (IM)] ed Albintimilium [Ventimiglia (IM)].
Intanto Magone, fratello di Annibale, riuscì ad ottenere aiuti militari da Vada Sabatia ed Albingaunum [Albenga (SV)] tra il 205 ed il 203: oltre a ciò agli Ingauni, in cambio della promessa di poter arruolare fra di loro truppe ausiliarie, Magone fece il non trascurabile “favore” di infliggere pesanti sconfitte a Montani ed Epanterii, i rozzi liguri dell’interno che saccheggiavano spesso il buon territorio ingauno.
La sconfitta di Magone da parte del Pretore Publio Quintilio Varo nel 203 trasformò di colpo le condizioni dei Liguri e soprattutto degli Ingauni che, per il timore di rappresaglie, stipularono una serie di trattati.

In realtà il trattato di non belligeranza, menzionato da Livio, appare esteso alla sola Albingaunum nè d’altri trattati parla lo storico padovano: ciò nonostante è da credere, visto il peso politico degli Ingauni, è da pensare che questi trattati di non belligeranza risultassero estesi a tutte le genti del ponente ligure.

I Liguri furono però sempre gelosi della loro autonomia e perlomeno dal 201 la regione visse in uno stato costante di belligeranza e guerriglia, cui Roma pose rimedio con uno sforzo militare più deciso, specie dopo il poco onorevole episodio del pretore Lucio Bebio Divite che venne sconfitto dagli eserciti congiunti dei Liguri non lontano da Massalia, città in cui si rifugiò colle truppe superstiti e dove morì per le ferite subite come scrissero Livio (XXXVII, 5) ed Orosio (IV, 20, 24).
L’incentivazione romana delle operazioni belliche in Liguria si può datare dal 188 a.C. con le imprese del console M. Valerio Massimo (Livio, XXXVIII, 35, 7 e 42, 1). I risultati non furono definitivi nè pari alle aspettative di Roma così che il Senato affidò ad entrambi i consoli del 187 a.C. (M. Emilio Lepido e Gaio Flaminio) la provincia della Liguria col compito di conquistarla definitivamente (Livio, XXXVIII, 42, 8).
Nonostante l’abilità dei Liguri a combattere nel loro aspro territorio, servendosi della velocità e di armi leggere che permettevano rapide fughe ed improvvisi attacchi, le legioni romane ottennero questa volta dei risultati importanti (Livio, XXXIX, 1, 1).

La pressione militare di Roma aumentò ancora dal 185 a.C. ed i popoli liguri patirono una serie di pesanti sconfitte: così mentre il console Marco Sempronio Tuditano sottometteva il levante ligure,il collega Appio Claudio Pulcro ne eguagliava la sorte “con alcune fortunate battaglie nel territorio dei Liguri Ingauni” come ancora scrisse Livio (XXXIX, 38, 1).

Nonostante questi successi la Liguria non fu del tutto piegata e, per garantire un più rigido controllo ed una maggior possibilità di celere intervento militare, fu a lungo assegnata come provincia consolare.

Nel 184, peraltro, gli Ingauni ed i loro alleati, essendo consoli Publio Claudio Pulcro e Lucio Porcio Licino, presero a riorganizzarsi, con una serie di operazioni, sino al culmine delle loro momentanee fortune, nel 181, quando, costituita una forte “lega militare”, respinsero e poi assediarono il proconsole L. Emilio Paolo che pure s’era mosso contro di loro a capo di una discreta forza di guerra.
L. Emilio Paolo, che era però un buon comandante ed un soldato valoroso, seppe rompere l’assedio posto al suo accampamento ed alla fine inflisse una dura sconfitta agli Ingauni ed ai loro alleati.
Dopo che L. Emilio Paolo riuscì a piegare in maniera definitiva gli Ingauni (181 a.C.), il console Aulo Postumio Albino, dal territorio degli Apuani si spinse per via di mare sin a quello intemelio: questo viaggio di ispezione potrebbe lasciar intendere che, pacificati gli Ingauni, pure gli Intemelii avessero accattata la supremazia romana.

La guerra coi Liguri era stata abbastanza dura ed il Senato, di fronte ad imminenti conflitti in Oriente, preferì mitigare le richieste nei confronti dei popoli sconfitti, anche per evitare possibili insurrezioni. Il dominio degli Intemelii, al pari di quello delle altre genti liguri, ottenne quindi un foedus onorevole e la sua capitale acquisì la denominazione di “città federata” (cioè legata da vincoli di alleanza) nei confronti di Roma: non è semplice ricostruire ora le varianti tra i possibili “patti” stipulati coi Romani dai Liguri vinti: è comunque abbastanza certo che non si ebbero più insurrezioni e che i Liguri assolsero ai propri doveri con rigore (queste genti – come ricorda Sallustio nel De Bello Iugurt., 77, 4 e 93-94 – vennero inquadrate in coorti ausiliarie e se una di queste, assieme a 2 “turme” di Traci e pochi altri soldati, si macchiò del tradimento del legato romano Aulo Postumio Albino causandone la sconfitta a Suthul in Numidia, è altrettanto vero che proprio un soldato ligure, col suo coraggio, permise a Mario di occupare una città dei Numidi).

Poco per volta, per quanto abbastanza impermeabili in un primo tempo all’acculturazione romana, i Liguri si inserirono nel contesto statale di Roma.
In un primo momento però, indice che non erano considerati ancora del tutto fidati, i Liguri furono esclusi dalle clausole delle leggi Julia de civitate danda del 90 a.C. e della Plautia Papiria dell’89 che comportavano l’inserimento di vari popoli vinti nello Stato romano: tuttavia i Liguri rientrarono nei corollari della Plautia Papiria e conseguentemente della Lex Pompeia de Gallia Citeriore in forza della quale le città liguri costiere vennero trasformate in Municipia di diritto latino: da questo momento, per quanto alcune città liguri rimasero allo stadio di colonie come Luna o Dertona e di fora o conciliabula come Industria, Pollentia, Aquae Statiellae, tutte le genti liguri, con Intemelii ed Ingauni in primo piano avevano ormai fatto un passo importante sulla strada della romanizzazione.

da  Cultura-Barocca

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