Italiani che si batterono per l’indipendenza dell’Argentina

La Giunta Governativa Provvisoria del Rio della Plata, che assunse il potere il 25 maggio 1810 di fatto esautorando l’autorità della Corona di Spagna, annoverava tre nomi italiani: Manuel Belgrano figlio dell’onegliese Domenico Francesco M. Belgrano Peri; Giovanni Giuseppe Castelli figlio di Angelo Veneziano recatosi a commerciare in Buenos Aires nel 1742 e che aveva sposato Maria Giuseppa Villarino, quivi morto nel 1787, ed Emanuele Alberti, nato dal savoiardo Antonio altro mercante morto a Buenos Aires nel 1798.
Domenico Belgrano Peri aveva sposato appena giunto a Buenos Aires la creola Maria Josefa Gonzalez Casero e da lei aveva avuto dodici figli: Manuele, nato 1’8 giugno 1770, era il settimo.
In tutto e per tutto egli è considerato argentino.
Il padre favorito dalla fortuna nelle sue speculazioni commerciali aveva acquistata ricchezza tanto da vivere comodamente ed impartire ai figli la migliore educazione dell’epoca.
Dopo gli studi compiuti nel Colegio San Carlos, Manuel Belgrano s’era recato in Ispagna, studiando legge a Salamanca e laureandosi a Valladolid (1789).
Dopo essere rimasto due anni a Madrid appassionandosi all’economia politica ed interessandosi alle vicende della Rivoluzione Francese, ritornò in patria nel 1794, ed occupò la carica di segretario del Consolato del Commcrcio allora fondato.
Con il Vieytes, il Castelli, l’Irigoyen, il Rodriguez Pena ed il Paso, aveva fondato al principio del 1810 il Correo de comercio de Buenos Aires nella cui redazione furono tenute tante segrete riunioni di congiurati e che contribuì notevolmente alla diffusione ed alla chiarificazione delle idee anche se non ebbe, nella rivoluzione, la grande influenza attribuitagli dal Mitre e da altri storici.
Secondo l’espressione del Mitre, Giovanni Giuseppe Castelli “il fanatico della rivoluzione, il patriota esasperato”, l’aveva reso partecipe “degli effluvi della sua anima di fuoco”.
“Questi due giovani” -prosegue il Mitre- “dovevano appartenere in seguito al novero dei fondatori dei martiri, dei campioni, degli apostoli di una nuova nazione la cui bandiera doveva essere sventolata da Belgrano.
Nato a Buenos Aires il 10 luglio del 1764 il Castelli subì, col fiore della giovinezza argentina, il fascino delle idee nuove agitate in Europa.
Fu certo il carattere più energico della rivoluzione del maggio.
Nel comizio del 1823, invitato dai presenti a rispondere all’asturiano vescovo Lue, aveva riassunto con la sua parola decisiva, il grande dibattito definendo la situazione, stabilendo la formula “programmatica” della quale fu araldo ed eloquente ispiratore.
Fu il Castelli ad intimare il 25 maggio le dimissioni al Vicere Baltazar Hidalgo de Cisneros (1809-10); fu il Castelli a decidere, in Cabeza de Tigre, la fucilazione di Jacques de Liniers avvenuta il 26 agosto 1810.
Francese di nascita ma spagnolo per i grandi servigi militari resi alla Corona ed argentino di diritto, il Liniers era stato, nel 1806 e nel 1807, l’organizzatore della resistenza e della vittoria contro l’invasione inglese, l’eroe della Reconquista.
Durante la rivoluzione del 1810 per incomprensione, per dispetto e per fedeltà al monarca s’era messo contro la rivoluzione ed aveva congiurato per abbatterla.
Per questo, il Castelli ne aveva chiesta ed ordinata la condanna a morte.
Sulla fine del 1810, sollevatosi l’Alto Perù, il Castelli v’era stato mandato, dalla “Giunta“, come commissario.
I capi della resistenza spagnola (Nieto, Cordoba, Sanz) furono da lui arrestati e giustiziati.
Due anni dopo, il 12 ottobre 1812, veniva assassinato e “la sua testa recisa fu portata in giro a scherno ed a terrore”.
Aveva sposata una argentina: Maria Rosa Linch.
Emanuele Alberti era sacerdote.
Nacque in Buenos Aires il 28 maggio 1783.
Nel 1807 aveva combattuto contro gl’Inglesi nella Legion de Patricios comandata dal Liniers, nella quale dettero le prime prove di valore quasi tutti i soldati e gli statisti dell’indipendenza.
Con Belgrano, Donado Augustin, Rodriguez Pena, Castelli, Vicytes, Paso, Darragueira, Terrada, Irigo yen e Chiclana, aveva partecipato alla formazione di una società segreta che doveva in seguito preparare la rivoluzione del maggio.
La mattina del 25 quando la “Sala Capitolare” fu invasa dai cittadini che imposero ai regidores la proclamazione della “Giunta Governativa del Rio della Plata”, l’Alberti fu eletto consigliere.
Sulla fine dell’anno, nel dicembre, si delineavano nel seno della “Giunta” due tendenze: quella conservatrice rappresentata dal Saavedra e quella democratica impersonata dal Moreno.
Il dissidio costrinse il Moreno a dimettersi, ma nella nuova “Giunta” conservatrice (composta di 20 membri) e costituita il 18 dicembre, fra i cinque soli che, devoti al Moreno, patrocinavano il suo programma di riforma, v’ era anche Emanuele Alberti.
Morì improvvisamente l’anno dopo, nel 1811, il 2 di febbraio, un mese prima del Moreno.
La lista dei nomi destinati a costituire la Giunta Governativa, sorta dalla rivoluzione del 25 maggio, era stata redatta da Luigi Antonio Berutti figlio di tal Paolo Emanuele nativo di Moncalieri e real escrihano de hacienda, cioè impiegato al Ministero delle finanze.
Il Mitre lo chiamò “verboso e pieno di petulanza”.
Giovane, elegante, romantico, pieno d’ardore, fu il demagogo della rivoluzione.
Apparteneva alla classe elevata e propriamente a quella società di giovani patriotti chiamati chisperos (letteralmente: scintillanti, da chispa, scintilla).
Con il French aveva distribuiti al popolo i nastri azzurri e bianchi e, recatosi alla Casa Capitolare, aveva esortata la “Giunta” a destituire il Viceré in omaggio alla volontà popolare.
Era eloquente, parlava con voluttà, imponendosi all’uditorio con facondia barocca che, quando non convinceva, esaltava. Ardimentoso, patriotta schietto.
Se alla “Giunta” del 25 partecipavano tre uomini eminenti di sangue italiano, tra il popolo che prese parte allo storico evento erano confusi alcuni di minore statura.
Taluno coprì pubbliche cariche.
Così Martino Grandoli e Giovanni Battista Costa furono nominati rispettivamente vice sindaci del VI e del XVIII quartiere.
Nel 1810, quando si costituisce ed entra in azione l’esercito nazionale, i volontari vengono armati con le spontanee offerte dei cittadini.
Per soffocare le congiure dei reazionari si era rafforzato l’esercito, e questo avanzando nell’interno raccoglieva l’adesione di quasi tutti i cittadini.
Il tempo fu il migliore alleato della rivoluzione.
A poco a poco essa penetrò in tutti gli strati sociali e se ne ha la prova a Buenos Aires prima, e poi in tutto il paese, nelle oblazioni che il popolo faceva per contribuire alla causa liberatrice.
Il 21 giugno la Gaceta pubblicò i nomi d’un ristretto numero di donatori.
Erano i condottieri della rivoluzione, Moreno, Vieytes, Donado.
Verso la metà del mese di luglio questa lista si estese sino a comprendere cittadini di così modesta condizione che Moreno, democratico ed amante degli umili, pubblicò nella Gaceta un articolo, la cui brutta copia originale, che esiste negli Archivos de la Nacion, dimostra quanto fosse commosso l’autore.
Diceva: “Le classi medie, le più povere della società, sono quelle che, per prime, consacrano alla patria una parte del loro modesto avere; presto vedremo la gente ricca portare il proprio contributo e mostrare il proprio zelo, ma se il commerciante fortunato suscita ammirazione per il valore del dono che fa, non si potrà mai togliere al povero il prezioso obolo della sua pronta offerta”.
Nella Gaceta de Buenos Aires, da lui fondata in quell’anno e nella qUale inseriva importanti articoli sul futuro congresso, sulla indipendenza e sulla costituzione dello Stato tenendo a modello le libertà inglesi, pubblicava pure i nomi dei sottoscrittori.
Alcuni di questi erano Italiani: schietti e spontanei nel gesto, davano quello che potevano.
Tale Francesco Genova, che non aveva nulla, regalò un cavallo per gli ussari; gli altri dettero denaro… Erano in massima parte artigiani piemontesi o liguri, come indicano i loro cognomi: quasi tutti sposati -si comprende dalle offerte che fanno anche le loro mogli- con donne argentine.
Tale Giovanni Andrea Parodi aveva già raggiunto -due anni dopo- una discreta fortuna poiché regalava il 5 giugno 1812, 48, 61/2 pesos.
I primi provvedimenti della “Giunta di Governo” avevano fatto sperare il progresso del commercio, lo sviluppo dell’attività cittadina, l’inizio dell’industria agricola.
I parenti del Belgrano, per primi, s’erano recati “ al campo”; i pochi immigrati italiani, prevedendo un periodo di benessere, prendevano l’iniziativa.
Era stata decisa la vendita delle terre e l’istituzione di centri abitati nella campagna, conseguenza della serrata requisitoria che Mariano Moreno, nel suo “Reclamo”, aveva pronunciata contro il regime economico vicereale.
Circa lo straniero che lavorava nel paese per la sua prosperità, egli così s’esprimeva: “Accogliamolo bene, apprendiamo da lui i progressi della sua civiltà; accettiamo il suo lavoro industriale e dividiamo con lui le ricchezze del nostro suolo che la natura ci ha dato con tanta liberalità”.
La dichiarazione del 3 dicembre 1810, revocata dopo pochi giorni, colla quale non si conferiva alcun pubblico impiego alle persone che non fossero nate nelle province, sanzionava queste nuove direttive.
Perché se rimanevano esclusi gli Spagnoli, per patenti ragioni d’ordine politico, veniva fatto appello ad Inglesi, Portoghesi e ad altri appartenenti a nazioni che non fossero in guerra, “di venire senza timore a stabilirsi nel paese dove avrebbero goduto di tutti i diritti dei cittadini”.
Riservando ogni sorta d’impiego civile, militare ed ecclesiastico ai soli Argentini, proclamando nettamente il “diritto dei nati nel paese”, si voleva impedire al Governo di cadere in mani straniere.
E perché non si potessero elevare dubbi sull’intenzione del decreto, di liberare il territorio dagli antichi dominatori, esso prescriveva ancora che “tutti gli stranieri dovessero essere invitati ad accasarsi definitivamente nel paese, de­dicandosi alle arti o all’agricoltura”. Questo programma di governo provocò la cospirazione dello spagnolo Alzaga che nel 1812 tramò contro il “Governo superiore provvisorio” sorretto dal blocco della colonia spagnola.
Chi riceve, nel 1812, da una donna (Valentina Benegas Feijoo), la denunzia della congiura è un Genovese: il tenente alcalde di Barracas, Pietro Giuseppe Pallavicini.
Ma per distinguere la funzione del burocrate che doveva essere riservata a chi era nato in Argentina, da quella dell’agricoltore e dell’artigiano che era lasciata al forestiero, un decreto del 4 marzo 1812, dettato tra la precipitata e spesso confusa legislazione di questo periodo rivoluzionario, riconfermava la protezione del Governo del Plata all’immigrante, promettendogli la migliore accoglienza.
Rivadavia partiva, poco dopo, nel dicembre del 1814, per l’Europa con Belgrano, avendo l’apparente missione di presentare a Ferdinando VII i reclami degli Americani contro gli abusi dei Viceré, ma per ottenere, in realtà, dall’Inghilterra gli aiuti necessari alla conservazione dell’indipendenza.

da Cultura-Barocca

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