Inca

FORTEZZA INCA DI TAMBU MACHAY

[ASSIEME ALLE STRADE, CHE PERMETTEVANO UN RAPIDO SPOSTAMENTO DEGLI ESERCITI INCA, UN FONDAMENTALE RUOLO STRATEGICO ERA SVOLTO DAI FORTI, TENUTI DA GUARNIGIONI, SPESSO ERETTI A DIFESA CONTRO LE ZONE PIU’ SELVAGGE, PARTICOLARMENTE LA FORESTA AMAZZONICA DONDE POTEVANO GIUNGERE ASSALTI DI POPOLAZIONI OSTILI]

Nell’anno 1527 il supremo Inca Huayna Capac dirigeva il suo vasto IMPERO INCA dall’estremità Nord dove ora c’é l’Ecuador. Come uno dei più potenti regnanti dell’epoca, l’Inca disponeva di ogni lusso; il suo stato era veramente reale: era venerato come i faraoni d’Egitto e gli imperatori del Giappone, e come il figlio del Sole, ed il Sole era il Dio supremo nelle credenze incaiche. Huayna Capac era circondato da uno schermo protettivo di donne.
Nell’impero Inca le ragazze erano scelte per servire lo stato: le più belle entravano a corte o erano donate in premio a capi e dignitari; le altre erano adibite ai lavori come la tessitura dei magnifici pepli per cui gli Inca erano famosi, o preparavano il cibo e la birra di mais, la chicha, per le cerimonie di corte.
Huayna Capac, come i suoi 10 predecessori, era un uomo d’azione: si trovava a Nord per combattere ed annettersi il sud della Colombia e intendeva spostare la capitale a Quito o a Cuenca, facendone un centro che avrebbe rivaleggiato con Cuzco, mille miglia più a sud, il tradizionale ombelico del mondo inca.
Il suo impero si estendeva lungo la costa Pacifica a ridosso delle Ande per 3000 miglia.
Non sapeva però di avere due nemici stranieri in agguato, provenienti dal Nord.
Una era il vaiolo, trasportato in America dagli Spagnoli, che stava già mietendo numerose vittime in Colombia. L’altra minaccia, oscura ed improbabile, veniva da 14 uomini che vivevano in un’isola del Pacifico.
Francisco Pizarro, allora 50enne, uomo d’arme spagnolo era giunto con 150 uomini, emaciati, affamati e stanchi sull’Isola del Gallo.
Gli uomini si stavano ammutinando e Pizarro mandò quindi il suo compagno Diego de Almagro a Panama per reclutare rinforzi. Ma il Governatore mandò invece una nave con un ordine: qualunque uomo volesse lasciare l’isola poteva farlo. Pizarro era un uomo alto, anche bello, sicuramente era un leader. Soprattutto era convinto che a Sud ci fosse un impero ricco da conquistare.
Allora sulla spiaggia dell’isola tracciò un solco con la spada e sfidò gli uomini ad una scelta: sicurezza e povertà a Panama, o rischi e possibili ricchezze più a Sud: 13 uomini varcarono la linea e lo seguirono.

Francisco Pizarro era nato probabilmente nel 1477 a Trujillo in Estremadura: era un figlio illegittimo di Don Gonzalo Pizarro; la madre era Francisca Gonzales, sorella di un suo lavorante (storia vecchia come il mondo).
Cresciuto dalla madre, si arruola nell’esercito e lascia la casa a 19 anni. Ed a 25, spinto dal miraggio di onori e ricchezze, si é imbarcato per l’America: era il 1502.
Pizarro partecipò così alla sanguinosa conquista di Hispaniola, poi seguì Alonso da Ojeda, col quale partecipò al massacro di grandi masse di inermi nativi nelle conquiste che seguirono. Egli era definito “uno sgozzatore” dagli stessi compagni, e dal suo curriculum si evince che imparò presto e bene quanto gli sarebbe servito negli anni a seguire.
Lo ritroviamo più o meno 35enne, quando attraversò Panama con Vasco Nunez de Balboa per scoprire e “prendere possesso” dell’Oceano Pacifico per la Spagna.
Pizarro a quei tempi diventò uno dei primi cittadini della nuova città di Panama, fondata nel 1519: gli furono dati schiavi lavoratori Indiani, e una magnifica fazenda.
A 40 anni poteva considerarsi un uomo ricco e rispettabile.
Ma la sua ambizione e la sua irrequietudine gli fecero scattare una molla, col sogno di ricchezze e glorie, rischi e battaglie nelle coste del Sud America.
Con il suo socio Diego de Almagro ed un prete, Hernando de Luque, comprò una nave ed organizzò un piccolo esercito di un centinaio di uomini.
Partono il 14 novembre 1524 da Panama, per la prima spedizione: e dopo tre anni li troviamo all’isola del Gallo, dietro alla linea sulla sabbia.
Rimasto con soli 13 uomini, si spostò sull’isola di Gorgona, un po’ più a Nord, e lì visse come un naufrago per sette mesi, finché a salvarlo arrivò Bartolomé Ruiz che con lui navigò verso Sud, verso l’Ecuador ed il Perù.

Qui riportarono a Panama la prova della ricchezza del Perù, bei tessuti, oro, argento, magnifici lama e ragazzi da istruire come interpreti.
I soci decisero che qualcuno doveva tornare in Spagna per avere una “licenza di conquista” dal Re. Pizarro tornò quindi in Spagna nel 1528, convinse il Re Carlo V a mandarlo alla conquista del Sud in suo nome, come aveva già fatto Hernan Cortez in terra Atzeca.

Nel 1531 parte la sua seconda spedizione: 180 uomini e 37 cavalli.
Sbarcò dopo una navigazione avventurosa a Tumbes, città che trovarono morta e provata dal vaiolo, che aveva ucciso il re Huayna Capac.
L’IMPERO INCA (verso gli anni ’30 del XVI secolo) si trovava nel pieno di una guerra civile, esplosa per decidere quale dei figli di Huayna Capac dovesse succedergli.
Questo conflitto rientrava nella norma, ma tragicamente cadde nel momento sbagliato.
Il figlio illegittimo Atahualpa occupava il Nord dell’impero; Huascar era l’erede ufficiale, e stava al Sud, con la corte del Cuzco [F. DI XERES cronista di Pizarro e testimone oculare di questi eventi registra i nomi in modo distinto: “CAPAC L’ANTICO” prima di morire avrebbe diviso il suo impero tra il figlio legittimo nominato dal cronista spagnolo “CAPAC” (Huascar), cui sarebbe toccato la maggior parte dei territori, e “ATABALIPA”(Atahualpa)].
Mentre la banda di Pizarro entrava in Perù, i generali di Atahualpa stavano vincendo la guerra, catturando Huascar a Cuzco.
Pizarro si dirigeva verso sud, lungo la costa del Perù: i suoi uomini seminavano distruzione e barbarie. Atahualpa era costantemente informato dei loro movimenti: una spia li descriveva come uomini normali, che potevano essere sconfitti e fatti prigionieri facilmente.

Nel mese di novembre 1532 Francisco Pizarro prese una decisione molto coraggiosa: la strada principale fra Quito e Cuzco sarebbe stata percorsa da Atahualpa, che si dirigeva verso Sud per essere incoronato a Cuzco. Atahualpa si era fermato a Cajamarca, una città di provincia, sede di mercati, più che un villaggio abitato.

Pizarro ne venne a conoscenza e traversò le Ande per incontrarlo: quando i suoi uomini videro dall’alto Cajamarca, furono stupiti dalla moltitudine di soldati accampati nella valle.
Secondo Poma de Ayala, questo primo incontro ebbe un valore fondamentale; gli indiani del seguito di Atahualpa rimasero terrorizzati dai cavalli e dall’aspetto degli europei, e quel che é peggio si dettero alla fuga ABBANDONANDO L’INCA A TERRA. Ciò incoraggiò gli spagnoli e dette la misura della fragilità dell’esercito incaico.
Fu comunque stabilito un incontro fra Pizarro e l’Inca nella piazza di Cajamarca.
Ne seguì l’audacissimo piano del Conquistador, che prevedeva di catturarlo in mezzo ai suoi stessi armati, circa 80.000 uomini.
Gli spagnoli si nascosero nelle case intorno alla piazza, ed i cavalieri si tennero pronti alla carica. Intanto l’esercito di Atahualpa cominciò a muoversi, e verso sera l’avanguardia Inca entrava nella piazza di Cajamarca. L’Inca arrivò su una portantina con rifiniture d’argento, trasportata a spalle da 80 nobili.
Con grande sorpresa di Atahualpa la piazza era deserta: solo il prete spagnolo, il dominicano Vincente de Valverde ed un indio interprete avanzarono verso di Lui. Il frate pronunciò un discorso per convertire l’Inca e gli diede il breviario da consultare. Atahualpa non riuscendo a comprendere il testo lasciò cadere il libro, e il religioso, certamente un po’ schizoide, prese ad urlare al sacrilegio incitando gli spagnoli ad intervenire. Pizarro diede il segnale ed un fuoco di colubrine e spingarde si riversò sugli Indiani. Presi alla sprovvista, non preparati alla battaglia, stretti nella piazza, i soldati inca furono vittime del panico, e caddero a migliaia sotto i colpi degli Spagnoli, calpestandosi e soffocandosi nel tentativo di sfuggire. Pizarro riuscì a salire sulla portantina di Atahualpa, menando fendenti con la spada e tagliando le mani dei portatori, che continuavano a sostenere con le spalle la lettiga. Alla fine sette od otto cavalieri Spagnoli, facendosi largo, afferrarono e ribaltarono la lettiga e così Atahualpa fu catturato. La carneficina continuò nella piana per due ore, alla fine delle quali almeno sei o settemila indiani giacevano morti e molte migliaia erano senza più braccia. Catturando il potente Inca, Pizarro aveva paralizzato l’impero. Atahualpa non venne ucciso, ma, fatto prigioniero, continuava ad essere il governatore del regno: vedendo le razzie di oro, argento e pietre preziose che seguirono il giorno del massacro, Atahualpa credette che gli stranieri fossero solo dei pirati in cerca di tesori, e tentò di ricomprare la sua libertà. Infatti promise di riempire una stanza d’oro e d’argento in cambio della promessa di essere restaurato sul trono.

Atahualpa rimase prigioniero di Pizarro per otto mesi, durante i quali consegnò agli Spagnoli il riscatto, enormi tesori di arte orafa che furono fusi e divisi fra gli avventurieri, mentre un quinto del riscatto andava al Re di Spagna. Ma Camillo insegna che non con l’oro bensì col ferro si riscatta la propria libertà. Infatti fu tutto inutile. Nonostante l’opposizione di Almagro, Pizarro mise a morte Atahualpa che, dopo essere stato convertito al Cristianesimo da frate Valverde, fu decapitato. In seguito ci furono quattro aspre battaglie fra i conquistadores e le armate inca, sulla strada verso la conquista di Cuzco: furono battaglie cruente, dove però le armi degli indi nulla poterono contro gli Spagnoli. Finalmente il 15 novembre 1533 gli uomini di Pizarro entrarono in Cuzco.

Pizarro non fu un buon governatore: dopo aver incoronato come re fantoccio Manco, un figlio sopravvissuto di Huayna Capac, aveva reso schiavo dei suoi compagni d’armi il popolo dei nativi. Mentre si apprestava a costruire Lima, la nuova capitale dell’impero sul mare, i fratelli di Pizarro ed altri Spagnoli, rimasti a Cuzco, oltrepassarono ogni limite e fecero infuriare con il loro comportamento Manco Inca. Questi si sottrasse alla tutela spagnola, mobilitò il suo esercito e pose l’assedio alla capitale. L’assedio durò dal marzo 1536 all’aprile 1537, quando Manco si dovette ritirare e cercare rifugio nella giungla, a Vilcabamba. I problemi per Pizarro non venivano però solo dalla ribellione degli Inca: le sue più grandi difficoltà furono con il socio Diego de Almagro. Questi, nominato governatore di un territorio a Sud, non trovandovi ricchezze, reclamò Cuzco. Ne seguì una guerra, che terminò con la sconfitta di Almagro nel 1538; egli fu condannato ed ucciso, con 120 suoi seguaci, da un fratello di Pizarro, Hernando. Ma i seguaci di Almagro, emarginati e ridotti in povertà, tramarono la vendetta. Francisco Pizarro fu ucciso il 26 luglio 1541. Intanto si spegnevano gli ultimi bagliori del mondo Inca, che resistette ancora per 35 anni alle soglie della foresta amazzonica, finché gli Spagnoli, entrando in Vilcabamba, catturarono l’ultimo Inca Tupac Amaru. Questi, figlio di Manco, venne decapitato sulla piazza di Cuzco nel 1572, circa 40 anni dopo suo nonno Atahualpa a Cajamarca. Come Francisco Pizarro anche gli altri protagonisti della Conquista finirono male, vittime dell’avidità e delle contese, o forse della maledizione scaturita dal sangue tradito dell’Inca Atahualpa.

L’INTERO SISTEMA BELLICO INCA SI APPOGGIAVA PERO’ SU UN ECCELLENTE SISTEMA VIARIO PER LO SPOSTAMENTO DEGLI ESERCITI E SULL’USO DI LUOGHI STRATEGICI OPPORTUNAMENTE FORTIFICATI, COME NEL CASO DI TANTE FORTEZZE E DELL’ORMAI LEGGENDARIO GIGANTESCO FORTILIZIO (MA SUSSISTONO ALTERNATIVE: CHE FOSSE AREA CULTUALE O ZONA PRODUTTIVA SE NON, COME PARE POSSIBILE, SITO IN CUI SUSSISTEVANO SINERGIE TRA QUESTE DISTINTE FRUIBILITA’ DEL SITO) DI MACHU PICHU, FRA GLI ULTIMI BALUARDI INCA DOPO LA MORTE DELL’ULTIMO IMPERATORE E DEI SUOI SEMPRE PIU’ DEBOLI EPIGONI CONTRO L’INVASIONE SPAGNOLA DEI CONQUISTADORES DI PIZARRO CHE SI SUBLIMO’ NELLA PRESA DEL GIOIELLO URBANISTICO DELLA CAPITALE IMPERIALE DI CUZCO.
IL TRAGICO DESTINO DELLA GRANDE CIVILTA’ ANDINA DEGLI INCA, TRAVOLTA DALLE DEVASTAZIONI DEI CONQUISTADORES OLTRE CHE DA LOTTE INTESTINE, PUO’ IN UN CERTO MODO ESSER SIMBOLEGGIATO DALL’ESPRESSIONE DRAMMATICA DI ANTICHE MUMMIE, I CUI RITROVAMENTI SI VANNO INFITTENDO PER EFFETTO DI SCOPERTE CASUALI MA ANCOR PIU’ DI IMPORTANTI CAMPAGNE ARCHEOLOGICHE.
LA MUMMIFICAZIONE INCA E’ ESTREMAMENTE DIVERSA DA QUELLA EGIZIA E I CORPI, IN POSIZIONE GENERALMENTE FETALE, SI RINVENGONO NELLE NECROPOLI ENTRO BOZZOLI DI TESSUTO: NON ERANO FREQUENTI COME IN AREA MESOAMERICANA TRA GLI INCA I SACRIFICI UMANI, PRATICATI SOLO IN CASO DI EVENTI ECCEZIONALI (EPIDEMIE, CARESTIE, GUERRE ECC. PER ACCATTIVARSI IL FAVORE DEGLI DEI) AVVALENDOSI QUASI SEMPRE DI FANCIULLI E FANCIULLE, SPECIE QUELLE, PARTICOLARMENTE BELLE, DESTINATE AD ENTRARE COME SACERDOTESSE NEI CONVENTI E NEI TEMPLI DEL SOLE.
E’ PERALTRO DA RAMMENTARE CHE, RECENTI RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI, SONO ANDATI A COMPROVARE COME QUESTO TIPO DI SEPOLTURA HA VERISIMILMENTE PRECEDUTO LA VERA E PROPRIA CIVILTA DELL'”IMPERO INCA”: SI’ DA DOVER PARLARE PIU’ CHE DI MUMMIE INCA DI MUMMIE PERUVIANE O MUMMIE ANDINE.

Due delle più antiche mummie mai trovate in Perù – e così ben preservate che una aveva ancora un occhio e gli organi interni intatti – sono state brevemente esposte, dopo la scoperta da parte di due operai di un cantiere di costruzioni, due settimane fa.
Gli ufficiali dell’Istituto Nazionale di Cultura hanno dichiarato che le mummie – un ragazzo di circa cinque anni ed un uomo di 35 anni – dovrebbero avere almeno 700 anni di età, risalendo ad un periodo compreso tra il 1100 ed il 1300.
Sembrano provenire da una cultura chiamata Chiribaya, che predata gli Inca, che dominarono il vasto territorio del Sud America dalla Colombia al Cile fino a che furono sopravanzati dagli invasori spagnoli nel 1530.
Quando gli operai (che scavavano un campo sportivo nella provincia costiera di Islay, circa a 125 km a sud della seconda città del Perù, Arequipa) hanno spostato il corpo, si è accidentalmente aperta un’apertura nel suo fianco, che ha rivelato gli intestini.
Il grasso che aderiva alla pelle è anch’esso davvero ben preservato.
Le mummie sono state in mostra per un breve periodo presso il museo; adesso sono all’esame degli archeologi.
I corpi erano seppelliti separatamente, avvolti in indumenti d’alpaca rossi e blu e legati con corde.
Erano posti in posizione fetale tre metri sotto terra.
Sembrerebbero morti per cause naturali e seppelliti in un cimitero.
L’uomo era probabilmente un contadino, per via delle borse di semi che aveva attaccate alla cintola, mentre il ragazzo giaceva in una piccola tomba di pietre.
Nessun altro corpo è stato trovato nelle vicinanze.

MUMMIA DEL PERIODO INCA DETTA MUMMIA DELLA SACERDOTESSA

ALCUNI REPERTI MUSEALI DI ARMI CON CUI GLI INCA CONQUISTARONO E DIFESERO IL LORO IMMENSO DOMINIO

da Cultura-Barocca

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