Giovanni Scoto Eriùgena, filosofo scolastico

Giovanni Scoto Eriùgena nel manoscritto Clavis physicae di Honorius Augustodunensis [Paris, Bibliothèque Nationale, Lat. 6734 fol. 3r (12. Jh.)]
Fonte: it.wikisource.org

Giovanni Scoto Eriùgena, filosofo scolastico, nacque intorno all’810 in Irlanda – da cui deriva il suo nome poiché era chiamata Erin o Scotia Maior, ed erano denominati Scoti i suoi abitanti.

Scoto Eriùgena si recò in Francia alla corte di Carlo il Calvo intorno all’847 e dal sovrano fu posto alla guida dell’Accademia di Palazzo o Schola Palatina di Parigi. In questa veste egli agì come grande organizzatore della cultura e rappresentò una figura di primo piano nell’ambito della rinascita carolingia, sempre animato da autentico spirito di ricerca filosofica.

Profondo conoscitore della lingua e della cultura greca oltre che dei Padri della Chiesa latini, poté mettere la sua conoscenza a disposizione di più vaste cerchie di intellettuali in Europa, grazie all’opera di traduzione alla quale, su invito di Carlo il Calvo, si dedicò assiduamente. Frutto di questa sua attività è la versione del corpus degli scritti dello Pseudo-Dionigi (la Gerarchia celeste, la Gerarchia ecclesiastica, la Teologia mistica) che avrà una vasta eco sulla cultura medievale oltre ad influenzare profondamente la riflessione dello stesso Scoto Eriùgena; tradusse poi gli Ambigua in Scoto Eriugena Gregorium Theologum di Massimo il Confessore, il De hominis opificio di Gregorio di Nissa e l’Ancoratus di Epifanio.

Oltre alla sua opera di grande mediatore tra la riflessione religiosa dei primi secoli in lingua greca e il pensiero propriamente medievale, l’importanza della sua figura è poi soprattutto legata ad una potente ed originale sintesi filosofico-teologica, che segna l’inizio della Scolastica, affidata principalmente al suo capolavoro, noto come De divisione naturae (sebbene il titolo originale fosse Periphyseon). Il dialogo in cinque libri, probabilmente compiuto prima dell’865, è considerato il primo importante scritto speculativo del Medioevo per la ricostruzione del processo di derivazione del molteplice dall’unità e di ritorno all’unità e per la presenza al suo interno del metodo aprioristico o deduttivo, che caratterizzerà la ricerca scolastica.

Nel corso della sua vita Scoto Eriugena ebbe un rapporto per molti aspetti contrastato con la Chiesa, a testimonianza di quella libertà di pensiero che fu la cifra della sua personalità e che rappresentò un’importante eredità che acquisì dal contatto con lo spirito greco. In questa prospettiva deve essere letto il suo scritto De divina praedestinatione composto contro il monaco Godescalco. L’opera, redatta su invito dei vescovi di Reims e Laon per confutare la tesi della doppia predestinazione – secondo la quale gli uomini sarebbero predestinati al paradiso o all’inferno – contiene un ripensamento della dottrina riguardante il destino dell’uomo che porta Scoto Eriùgena a sostenere la transitorietà dell’inferno, pensiero di contrasto con l’ortodossia cristiana.

Fu soltanto grazie alla protezione di Carlo il Calvo che il filosofo si poté sottrarre alla condanna per eresia, sancita dal Concilio di Valenza nell’855; subì il processo anche l’opera dello Pseudo-Dionigi da lui tradotta; a questo proposito il pontefice, Nicola I, lamentò il fatto che la traduzione di Scoto Eriùgena fosse avvenuta senza che l’originale fosse stato sottoposto precedentemente alla censura ecclesiastica.

Scoto Eriugena fu autore anche di alcune opere minori, come le Glosse agli scritti di carattere teologico di Boezio, e le Annotationes in Marcianum Capellam, commento a un testo pagano del sec. V di Marziano Capella intitolato De nuptiis Mercurii et Philologiae.

Dopo l’877, anno della morte di Carlo il Calvo, non si hanno più notizie certe del filosofo, che pare sia morto in Francia alcuni anni dopo.

Il principio a cui si ispira tutta la riflessione di Scoto Eriùgena è l’accordo intrinseco tra ragione e fede, in quanto sia la prima, sia l’oggetto della seconda – l’autorità delle Sacre Scritture – «emanano da un’unica fonte» costituita dalla sapienza divina. Credere e intendere diventano così – in una singolare ripresa della riflessione agostiniana – due momenti inscindibili di un unico processo di ricerca che deve condurre l’uomo alla verità; è necessario infatti credere alle verità contenute nelle Sacre Scritture, ma è altrettanto necessario intendere ciò che con verità si crede. Per Scoto Eriugena anzi, pur nella riconosciuta complementarietà delle due componenti, il primato non spetta all’autorità, bensì alla ragione, cronologicamente antecedente e «principio» dell’autorità stessa: la ragione ha sempre caratterizzato l’uomo sin dall’antichita (mentre l’autorità è sorta successivamente) e ha poi accompagnato l’opera degli apostoli e dei Padri della Chiesa dai quali è stata tramandata attraverso le Sacre Scritture. Nulla dunque di quanto si trova nei testi sacri è estraneo alla ragione. Su quest’affermazione della libertà della ricerca, che lo avvicina profondamente allo spirito filosofico dei greci, Scoto Eriùgena fonda la propria metafisica, il cui punto di partenza è la «divisione» della Natura in quattro momenti fondamentali. Innestando il concetto cristiano della creazione e quello di un Dio personale, distinto dalle creature, sull’impianto neoplatonico e sul pensiero dello Pseudo-Dionigi, Scoto Eriùgena concepisce tutta la Natura come un processo graduale attraverso cui l’Universo si dispone gerarchicamente da un livello massimo, Dio, ovvero l’unità e la perfezione, ad un livello minimo, caratterizzato dalla molteplicità e dall’imperfezione, che tende però a ritornare all’unità. Si distingue così in questo processo la prima natura, che crea ma non è creata che da se stessa e che come tale è trascendente rispetto a tutti gli altri esseri, dai quali non può venire definita e compresa adeguatamente (si inserisce qui il tema tipico della teologia negativa). Questa prima natura, identificata con Dio, è l’unità ineffabile che per Scoto Eriugena si articola – attraverso la ripresa del dogma della Trinità – in tre sostanze: quella ingenita propria del Padre, la sostanza genita, ovvero il Figlio, e la sostanza procedente da entrambe, lo Spirito Santo. Grazie ad un processo di teofania, che interessa tutte e tre le persone della Trinità, dall’unica sostanza divina si può quindi spiegare tutta la realtà. La seconda natura, che è creata e crea, è infatti identificata con il Figlio, nel quale risiedono le idee o forme delle cose. Il Figlio è il Logos o la sapienza di Dio, in cui, grazie all’innesto del cristianesimo sul platonismo, sono presenti gli archetipi delle cose, non più considerati tuttavia, in senso strettamente platonico, soltanto come causa finale rispetto agli oggetti sensibili, ma anche come causa efficiente. Gli elementi che compongono il mondo quindi per Scoto Eriugena non sono stati creati dal nulla ma dalle cause primordiali (le idee coessenziali nel Verbo divino), grazie all’azione distributiva e moltiplicatrice dello Spirito Santo. Si passa così alla terza natura, che è creata e non crea, ovvero il mondo, caratterizzato da molteplici oggetti sensibili diversi l’uno dall’altro, costituiti da forme e materia, sussistenti nello spazio e nel tempo, riconducibili all’interno di generi e specie. Grazie al processo di teofania Scoto Eriùgena ha così illustrato la derivazione del molteplice dall’unità, sottolineando al tempo stesso da un lato la superessenzialità e la trascendenza di Dio, dall’altro l’identità sostanziale delle creature con il Creatore grazie al permanere dell’essenza del Creatore nelle sue creature: il mondo è infatti la manifestazione di Dio, al quale può quindi ritornare come al proprio fine. La quarta natura, che non è creata e non crea, è proprio Dio come causa finale delle cose, termine ultimo di un processo circolare di derivazione e di ritorno della molteplicità all’unità.

L’originalità e la complessità della metafisica di Scoto Eriùgena emerge anche se si considerano le sue implicazioni in merito a due temi assai dibattuti nella cultura medievale: il panteismo e la posizione dell’uomo in rapporto a Dio. Per quanto concerne il primo problema non si può che riconoscere la compresenza nella sintesi di Scoto Eriùgena di due prospettive antitetiche che comportano rispettivamente il rifiuto o l’adesione al panteismo. Come natura che crea e non è creata Dio infatti trascende il mondo e il pensiero di Scoto Eriùgena a questo proposito può essere considerato legato all’ortodossia cristiana; come essenza del mondo, invece, Dio è risolutamente immanente e la sua dottrina può essere ritenuta una rigorosa espressione di quel panteismo che spesso si riaffaccerà nella riflessione medievale.

In merito al problema antropologico infine Scoto Eriùgena assume una posizione per molti aspetti antitetica rispetto alla pessimistica concezione cristiana che insiste sulla negatività e sulla corruzione umana. Per Scoto Eriùgena infatti l’anima dell’uomo è un’immagine della Trinità divina, e l’uomo è in un certo senso addirittura dotato di maggiore dignità dell’angelo in quanto, «officina di tutte le creature… egli intende come l’angelo, ragiona come uomo, sente come l’animale irragionevole, vive come il germe, consiste di anima e corpo e non è privo di nessuna cosa creata». Il peccato originale non distrugge la sua perfezione, ma comporta soltanto la perdita di quella felicità alla quale sarebbe stato destinato se non avesse trasgredito il comando di Dio. La stessa possibilità di peccare del resto testimonia la libertà dell’uomo, sua caratteristica fondamentale che viene intesa come libero arbitrio, ovvero possibilità di scelta fra il bene e il male, fra il peccare e il non peccare.

da  Cultura-Barocca

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