Garibaldi dal 1848 al 1859

Garibaldi a New York nella fabbrica di candele steariche di Antonio Meucci

Nel 1848 Garibaldi viene inviato lontano dal fronte ove si combatte la guerra austro-piemontese: la guerriglia in Lombardia, il proclama di Castelletto e la successiva ritirata verso la Svizzera, resa possibile dal superamento dell’accerchiamento a Morazzone, riassumono e concludono la partecipazione di Garibaldi alla guerra.
Si apre allora per lui un ventaglio di opzioni che vengono però una dopo l’altra a cadere e che lo conducono all’ultima pagina eroica del movimento rivoluzionario del biennio 1848-’49, la Repubblica Romana.
Palestrina e Velletri, se sono tra i più noti episodi della Repubblica legati al nome di Garibaldi, sono anche i segni di una progressiva e definitiva maturazione etico-politica, oltre che militare del personaggio. Dopo la ritirata da Roma e la disperata marcia verso Venezia per le campagne di Ravenna in compagnia di Anita morente, si profila per Garibaldi la caduta nelle mani degli austriaci guidati da Gorzkowsky.
Ma la fitta rete di aiuti della popolazione romagnola lo salva e lo conduce in Toseana, dove a Cala Martina, nella baia di Follonica, con una barca tenta la via di Genova.
L’arrivo a Portovenere e l’arresto di Chiavari lo pongono dinanzi ad un difficile rapporto con il Regno Sardo, che con legge ha stabilito la chiusura delle frontiere ai compromessi eon la Repubblica Romana.
Uno spiraglio, tuttavia, per la futura collaborazione si concreta nell’erogazione di sussidi che Garibaldi riceve dallo Stato all’atto della sua espulsione.
L’espulsione dal Regno Sardo pone Garibaldi dinanzi alla scelta di una meta: dapprima si delinea Tunisi, dove ha qualche amico, ma il bey non concede l’autorizzazione; si pensa a Malta, ma poi Garibaldi sosta a Cagliari e alla Maddalena da dove compie le prime escursioni a Caprera.
L’inattività lo spinge a Gibilterra: il governatore della Rocca ripete l’atteggiamento del bey di Tunisi.
A Tangeri finalmente, ospite del console sardo Giovan Battista Carpenetti, Garibaldi rimane sei mesi e inizia a stendere le sue memorie, tentando il primo bilancio di un anno e mezzo di esperienze tumultuose, ma di non molte gratificazioni.
Il progetto di istituire un servizio di linea Genova-New York, avvalendosi della qualifica di Capitano di seconda classe, induce Garibaldi, nonostante l’asprezza delle traversie passate, nuovamente alla partenza.
Da Liverpool giunge a New York alla fine del luglio 1850.
Tramontata ben presto la possibilità di comperare una nave e di trovare in alternativa altre occupazioni, accetta di lavorare per alcuni mesi nella FABBRICA DI CANDELE di Antonio Meucci a Staten Island.
Al soggiorno nordamericano è legata la prima stesura delle Memorie, che Garibaldi compila per l’editore Theodore Dwight: sono per il momento brevi ritratti dei suoi compagni e spunti di ricordi.
La prima edizione uscirà solo nel 1859.
La sua condizione subisce una improvvisa svolta quando una serie di viaggi, che lo vedono comandante sul bastimento GEORGIA e sul brigantino CARMEN, lo portano a toccare il Perù, la Cina, a percorrere la rotta australiana, per poi di nuovo giungere a Boston e di lì a New York.
Poco dopo, sulla via del ritorno in Europa, è a Londra.
Ha modo di ritrovare i referenti del suo recente passato e di incontrarsi con i capi della sinistra europea.
Il distacco da Mazzini è ormai profondo, mentre l’interesse di Garibaldi comincia a volgersi verso la politica piemontese.
Del resto nulla sembra impedire un suo rientro nel Regno, nei cui confini è gia nel maggio di quello stesso 1854.
Benché fuori della politica per un periodo non brevissimo, Garibaldi verifica la sua distanza dai mazziniani.
Gli infelici conati della Lunigiana e, successivamente, la spedizione di Crimea lo fanno uscire allo scoperto.
Si va perfezionando l’avvicinamento alle scelte di Cavour e al compromesso monarchico; la sua adesione inoltre alla Società Nazionale nel 1857, in qualità di vice-presidente, salda il suo nome da quel momento con le vicende del Regno.
Se Mazzini continua a progettare moti insurrezionali, Garibaldi ricevuto da Cavour più volte nei mesi che precedono la guerra del 1859 e informato dell’evolversi della politica anti-austriaca.
La spola fra Caprera, Torino, Cuneo e Savigliano porta a Garibaldi la nomina a comandante del Corpo dei Cacciatori delle Alpi: è quanto il Regno di Sardegna è disposto a concedere alla rivoluzione italiana .
La guerra del ’59 impegna Garibaldi e gli offre anche l’occasione di mettere a prova e di forgiare gli uomini su cui potrà contare l’anno successivo per la grande impresa meridionale.
Mentre il Regno Sardo fa i conti con il dopo Villafranca, l’attenzione di Garibaldi si sposta verso i governi provvisori dell’Italia centrale: Ricasoli lo invita ad assumere il comando delle forze toscane.
La fusione delle forze armate dei territori liberati e la nomina in capo di Manfredo Fanti, generale dell’Armata Sarda, pongono Garibaldi in posizione subordinata.
Si vede puntualmente rifiutare le proposte che avanza, mentre si approfondisce il solco tra lui e Fanti sulla questione dell’insurrezione delle Marche.
L’inevitabile sbocco sono le dimissioni dal servizio e il ritiro dall’Italia centrale.

da Cultura-Barocca

Precedente Una cometa alla fine dell'Impero Azteco Successivo Il rito copto