Da Eporedia ad Ivrea

Ivrea, Torre di Santo Stefano
Fonte: Wikipedia

Il conflitto tra i Romani, che ambivano al controllo dei valichi alpini indispensabili ai fini mercantili, e i Salassi, popoli di origine gallica, indipendenti e fortemente radicati sul territorio canavesano, si risolse con il successo della seconda spedizione militare guidata da Appio Claudio, dopo che la prima nel 141 a.C. era stata sconfitta.
Se pur vinti i Salassi, confinati sulle montagne, continuarono ad essere pericolosi, sì da indurre i Romani a fondare il presidio fortificato di EPOREDIA, la matrice della futura IVREA, centro destinato ad un’IMPORTANTE STORIA MEDIEVALE e ad una notevole rilevanza quale AREA STRATEGICA E DI TRANSITO SULLA VIA DELLE GALLIE.
Diversi autori e pubbliche scritture nominarono nel corso dei secoli in vario modo la città. Hiporegia, Eporegia, Evoreja, Eboreia, Eboria o anche Lamporeggio o Amporegio sono i nomi che si leggono talvolta, ma tutti questi non sono che una trasformazione dei due principali: Yporia ed Eporedia.
Il nome Yporia compare in autori medievali ad indicare che la città sorse su un promontorio, dal greco upò, sotto, e oros, monte. Tale denominazione si desume soprattutto dalle pergamene non anteriori al X secolo d.C., conservate nell’Archivio della Cattedrale.
Molto più diffuso è il termine Eporedia , adottato dai Romani e da tutti gli antichi scrittori sia greci sia latini come Plinio, Tolomeo, Strabone, Tacito, Patercolo, Antonino. Cicerone in una sua epistola ne fa il plurale, Bruto nella risposta allo stesso Cicerone usa il singolare.
Eporedia è il nome presente su tutte le iscrizioni latine portate alla luce sia in città sia in Roma.
Plinio lo fa derivare dall’abilità dei suoi abitanti nel maneggio dei cavalli, perché tra i Galli era diffuso l’appellativo di Eporedici per contraddistinguere i più eccellenti domatori di equini.
Molti storici concordano sull’interpretazione del nome Eporedia come stazione di carri equestri o mansione di conduttori di carri equestri, facendo risalire l’origine del termine all’idioma gallico epo, al greco ippo e al latino equo, cioè cavallo e reda, che in gallico significa carro.
Le ostilità durarono per altri settantacinque anni, e solo nel 25 a.C., i Salassi, secondo la testimonianza dello storico Strabone, si arresero definitivamente.
Il primitivo presidio intanto si era trasformato in una città popolosa, sede di importanti scambi commerciali.
I suoi abitanti erano regolarmente iscritti come appartenenti alla tribù Pollia e godevano di tutti i diritti politici e civili riservati ai cittadini romani. Eporedia fu costruita secondo il sistema classico della centuriazione, ossia la suddivisione agraria in reticolati di strade e canali. Si ritiene che la colonia avesse i suoi limiti nella Serra ad Est, nel corso dell’Orco a Ovest, a Nord nel territorio di Bard e a Sud nella confluenza della Dora con il Po.
Il tracciato di Eporedia presentava una pianta pentagonale, poiché la natura del terreno non del tutto pianeggiante costrinse i Romani a modificare leggermente il sistema ortogonale, con cui tracciavano la pianta delle città, secondo il modello del Castrum. Per il resto evidenziava le caratteristiche romane classiche con le due vie perpendicolari tra loro: il Decumanus maximus (ora Via Palestro e via Arduino) da Est ad Ovest, e il Cardo maximus (ora probabilmente via Quattro Martiri). Parallelamente al Decumanus maximus, su una serie di fasce terrazzate, era distribuita la città, il cui massimo incremento edilizio di epoca romana risale al I secolo d. C.
Durante l’Impero, Ivrea condivise la sorte delle altre colonie, prosperando e incrementando i traffici commerciali, e anche subendo le persecuzioni contro i cristiani. Nel 306 d.C., quando fu eletto imperatore Massenzio, la città lo riconobbe quale suo principe, ma, nel 312, si sottomise al vincitore Costantino. Dopo il suo famoso Editto, un forte impulso alla diffusione del Cristianesimo si verificò ad opera del cittadino eporediese Gaudenzio, vescovo di Novara. E mentre ancora questo era in vita, anche Ivrea divenne sede vescovile. L’anno non risulta definito, ma quasi tutti gli storici concordano sul nome di S. Eulogio, come primo vescovo della città.
L’importanza storica di Ivrea è motivata dal suo essere stata per secoli città di frontiera.
Il ruolo di Eporedia già al tempo del dominio romano fu duplice: non solo indispensabile e unico snodo oltre le Alpi, percorso da mercanti e soldati, ma anche area fortificata a difesa dalle incursioni dei Salassi, bellicosa popolazione celto-ligure, stanziata nell’attuale Valle d’Aosta.
La città di EPOREDIA, la cui giurisdizione si estendeva all’epoca sull’area geografica denominata oggi Canavese, era dunque percorsa dall’antica via delle Gallie che attraverso la Valle d’Aosta e i Valichi del San Bernardo univa l’Italia all’Europa. Tale via assunse nel corso dei secoli varie denominazioni: FRANCIGENA, in memoria dei Franchi che l’avevano restaurata a scopo militare, REGIA o ROMEA, a ricordo dei PELLEGRINI che si recavano a Roma.
Il ruolo di città di confine fu mantenuto da Eporedia anche al tempo dell’occupazione longobarda: nel 772 divenne ducato fortificato in funzione antifranca nel territorio compreso tra i fiumi Orco e Sesia, da Ivrea a Vercelli.
Volto al termine il regno longobardo, Carlo Magno istituì ad Ivrea la Marca, che comprendeva quasi tutto l’attuale Piemonte, con funzione di difesa contro gli attacchi dei regni potenzialmente in conflitto con quello italico e contro le incursioni dei Saraceni dalla Provenza.
Arduino fu protagonista di primo piano non solo nella storia di Ivrea ma anche d’Italia.
Egli si affacciò sulla scena eporediese nel 989, nel periodo ottoniano, in un clima di accese controversie tra feudatari laici ed ecclesiastici.
Fu quello l’anno in cui gli venne affidata la Marca di Ivrea.
Istituita circa un secolo prima con Guido di Spoleto come vasto territorio comprendente le Contee di Pombia, Vercelli, Bulgària nel Ticinese, l’Ossola, la Lomellina ed il Piemonte meridionale fino al mar Ligure, la Marca di Ivrea all’epoca di Arduino si era ridimensionata e ridotta alle città episcopali di Ivrea, Vercelli, Pombia, Vercelli, Ossola, Bulgaria e Lomellina.
La figura di Arduino, a cui gli storici contemporanei dedicarono poche attenzioni, fu invece esaltata dagli studiosi ottocenteschi che ne fecero il difensore della dignità nazionale ed il precursore della monarchia unitaria. La figura di Varmondo, suo oppositore, fu altrettanto notevole ed incarnò un momento di straordinaria fioritura culturale nel panorama canavesano.
Come dignitario del regno, Arduino si schierò non solo contro gli imperatori tedeschi, gli Ottoni ed Enrico II, ma anche contro il potere vescovile, riscuotendo il consenso da parte di vasti strati della popolazione, come i feudatari, la nobiltà minore e le forze militari. Le ostilità delle forze clericali nei confronti di Arduino ebbero inizio nel 997, quando egli pose fine alla diatriba sulla paternità della Corte Caresana, nei pressi di Vercelli, ricorrendo alle armi. La scintilla si accese a seguito della donazione di tale corte da parte dell’imperatrice Adelaide ai canonici di Vercelli, sebbene appartenesse al territorio della Marca di Ivrea: di qui l’assedio e la morte del vescovo Pietro.
Arduino fu accusato di episcopicidio, scomunicato dal vescovo Varmondo e nel 999 processato per iniziativa di papa Silvestro II.
Costretto a cedere il potere al figlio Ardicino, Arduino non si diede per vinto e nell’anno 1000, approfittando del rientro in Germania di Ottone III, si fece proclamare re d’Italia con l’appoggio della nobiltà.
Seguì un alternarsi di momenti di prestigio con altri meno fausti. Dapprima Arduino fu infatti destituito da Ottone che, tornato in Italia assegnò Ivrea a Manfredi, marchese di Torino.
Successivamente, morto Ottone, il partito tedesco cedette il passo ad Arduino che, il 15 febbraio 1002, si fece incoronare re d’Italia a Pavia. Malvisto dai vescovi e dal nuovo imperatore di Germania Enrico II, Arduino uscì perdente per il mancato appoggio dei feudatari per poi riprendere lo scettro fino al 1013. Si ritirò quindi nel Monastero di Fruttuaria a San Benigno canavese, dove morì nel dicembre del 1015.
In Canavese le memorie riconducibili al regno di Arduino sono numerose e radicate nell’immaginario collettivo come un momento di forte riscatto nazionale e di affermazione di sentimenti di libertà. Le sue spoglie riposano al Castello di Masino, mentre quelle del vescovo Varmondo sono conservate nella cattedrale di Ivrea.
Anche la figura di Varmondo lascia un’impronta indelebile in Ivrea e in Canavese. Fu probabilmente Varmondo il vescovo di Ivrea che partecipò al Sinodo di Milano nel 969.
Nominato dall’imperatore alla sede di Ivrea, allora fra le più importanti d’Italia, – forse per essere stato anche avvocato e tesoriere di Ottone I – Varmondo si distinse per capacità e cultura, incrementando l’attività dello Studium e dello Scriptorium, del cui valore rende testimonianza la produzione dei Codici Varmondiani, capolavori di miniature ed illustrazioni artistiche del periodo ottoniano. Il più famoso è il Sacramentarium Episcopi Warmundi, libro liturgico e politico insieme: non solo veniva utilizzato nei riti presieduti dal vescovo ma anche come strumento per omaggiare l’imperatore Ottone III, per il quale Varmondo parteggiava nello scontro con Arduino. Il richiamo all’obbedienza rivolto dal vescovo al futuro re d’Italia ci è testimoniato da una lettera recuperata dallo studioso ottocentesco Provana.
A Varmondo si deve anche il progetto di rinnovamento architettonico della Cattedrale di Ivrea che doveva rappresentare il simbolo della maestà di Cristo e dell’autorità del vescovo che la incarnava.
Tra l’850 e il 950 la grande Marca di Ivrea si spingeva dal Piemonte alla Liguria per poi ridursi nel 1015 con la morte di Arduino .
Nel 1016 Eporedia (Ivrea) divenne uno dei maggiori comuni dell’Italia nord-occidentale con norme statutarie autonome.
La figura del console con compiti di natura politica, amministrativa e giudiziaria, era affiancato dal Consilium generale con compiti di strategie militari ed economiche. Nominato dal consiglio ed investito dal vescovo, il podestà sostituì il console in qualità di garante della giustizia. La costituzione degli statuti contribuì a regolare la vita della comunità.
Nel XIII secolo la popolazione aumentò, sorsero organizzazioni economiche, sociali e militari e nacquero le corporazioni. Si intensificarono i contrasti tra il popolus ed il potere feudale.
Nella seconda metà del 1300 scoppiò la rivolta popolare in Canavese denominata Tuchinagium.
Tuchinaggio è il termine con cui si definisce la rivolta che avvampò il tra il 1386 e il 1391, segnando una svolta decisiva nelle condizioni socio-economiche del territorio e nella vita delle popolazioni.
Ivrea, saldamente in mano al Vescovo e ai Savoia, fu il vero caposaldo della lotta antituchina.
La motivazione della rivolta non è storicamente documentata, ma ben radicata nella tradizione, che racconta la reazione contro il diritto di passare la prima notte di nozze con la sposa rivendicato dal castellano Giovanni di Montalenghe.
Sicuramente l’azione dei tuchini va collegata alle ribellioni ghibelline contro i Savoia ed ebbe il sostegno dei Marchesi di Monferrato che colsero l’occasione di contrastare i savoiardi San Martino. È certo che le rivendicazioni tuchine ebbero origine a Brosso, che possedeva una ricca miniera ferriera, e poi trovarono fertile terreno nelle aree interessate alle attività estrattive e alla lavorazione dei metalli. Da ciò la tesi che i tuchini esprimessero la protesta dei minatori contro lo sfruttamento feudale.
Dopo alterne vicende, la situazione volse sempre più in favore dei Savoia Acaja, meglio armati e con maggiori consensi che i Monferrato. L’atto ufficiale di pace fu firmato in Ivrea il 2 maggio 1391, alla presenza del Conte Rosso, della madre Bona di Borbone, dei nobili e dei rappresentanti delle Comunità.
Tale convenzione riconobbe il governo dei Savoia su tutto il territorio canavesano, ma codificò anche nuove condizioni a vantaggio del popolo. Dopo cinque anni di tuchinaggio il Canavese non era più in balia di miopi signorotti, sempre in lotta per un palmo di terra, ma apparteneva ad un solo Signore.
I Conti canavesani mantenevano i loro possedimenti, perdevano però l’indipendenza, divenendo vassalli. Ma la cosa più difficile fu per loro accettare la presenza al tavolo della pace dei rappresentanti del popolo.
Accanto all’aristocrazia e al clero si affacciavano sulla scena della storia, anche se in veste non ufficiale, il proletariato e la borghesia, segno questo che il tuchinaggio aveva sortito un suo importante effetto.
La sommossa ridusse i soprusi da parte dei nobili, conferì alla gente libertà sancite dagli statuti comunali, consentendo l’ascesa della borghesia delle arti e dei mestieri. Le rivolte popolari furono sedate dai Savoia. Particolarmente importanti per la storia di Ivrea furono Amedeo VI di Savoia, il Conte Verde e suo figlio Amedeo VII, il Conte Rosso: il primo lasciò il castello, il secondo intervenne a placare la ribellione dei tuchini. Furono anni complessi in cui i conti di Savoia dovettero scontrarsi con una situazione politico-sociale difficile: il potere temporale dei vescovi, l’ostilità della nobiltà canavesana. Dopo mezzo secolo di tentativi rivoluzionari contro i Savoia, battaglie tra i feudatari per il possesso di castelli e terreni e tumulti cittadini, il 13 febbraio 1357 il vescovo di Ivrea ordinò ai suoi vassalli e sudditi di prestare omaggio e fedeltà al conte Amedeo di Savoia. In quello stesso anno iniziarono i lavori per la costruzione del castello . Il potere dei Savoia si consolidò sempre più. Ancora rivolte, pestilenze e scontri caratterizzarono gli anni fino al 2 maggio 1391 quando si raggiunse l’accordo tra i rappresentanti delle comunità, i nobili e il Conte Rosso, che divenne il signore incontrastato.

da Cultura-Barocca

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